Manca ormai solo l’ufficialità ma il referendum sulla Giustizia, che include la separazione delle carriere tra giudici e pm, l’istituzione di due distinti Csm e di un’Alta corte disciplinare si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo, come anticipato un paio di settimane fa dal nostro giornale. La conferma è arrivata niente meno che dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno.
«A norma di legge noi dobbiamo dare una data entro il 17 di gennaio, quindi lo farà il Consiglio dei Ministri: la data del 22 e del 23 marzo è oggi quella che mi sembra più probabile, quindi diciamo mi sentirei di confermarla», ha detto Meloni riferendosi a una norma inserita nella legge 352 del 1970 che regola i “referendum previsti dalla Costituzione”. «Il referendum è indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso. La data del referendum è fissata in una domenica compresa tra il 50° ed il 70° giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione», si legge nella norma.
L’ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso il referendum sulla separazione delle carriere (su iniziativa dei parlamentari di maggioranza e di opposizione, che hanno presentato richieste separate) è del 18 novembre 2025, quindi i 60 giorni scadono esattamente sabato 17 gennaio.
Ma Meloni ha anche parlato, pur indirettamente, della raccolta firme messa in piedi dal Comitato per il No presieduto da Giovanni Bachelet e sostenuta dall’Anm. «Vedo un intento dilatorio nelle polemiche che ci sono state nei giorni scorsi ma non c’è nessuna impasse, nel senso non c’è da parte nostra alcun intento di forzare, stiamo facendo le cose a norma di legge, non abbiamo ragione per forzare e quindi la data ci sembra una data ragionevole ed è dal nostro punto di vista anche una data che ci consente, nel caso in cui i cittadini fossero favorevoli alla riforma, di portare a casa le norme attuative in tempo prima della definizione del nuovo Csm».
Il Csm scade a gennaio e dunque, considerate le tempistiche per le norme attuative, alcuni esponenti del fronte del Sì, come il deputato azzurro Enrico Costa, avevano lanciato l’allarme sul fatto che il Comitato del No volesse ritardare più possibile il voto proprio per impedire, anche in caso di vittoria del Sì, l’approvazione delle norme attuative sul nuovo Csm prima della scadenza di quello attuale.
Ma la presidente del Consiglio ha anche attaccato la campagna dell’Anm, e i cartelloni secondo i quali con la riforma i giudici passerebbe sotto il controllo dell’esecutivo.
«Credo che un dibattito su una materia complessa che non dovesse stare nel merito ma che dovesse diventare uno scontro politico non aiuterebbe i cittadini a votare - ha sottolineato l’inquilina di palazzo Chigi - Lo dico per la parte che ci riguarda, ho chiesto di stare sul tema. A me fa arrabbiare la campagna dell’Anm. Nella riforma facciamo il contrario di quello che dicono loro. Ciò che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm. Semmai noi togliamo la possibilità della politica di influenzare i magistrati. Le campagne per argomentare il no dicendo l’esatto contrario fanno riflettere, è uno spot a favore per il sì». In ogni caso, ha ribadito, «se gli italiani dovessero bocciare la riforma con il referendum, non intendo dimettermi».
La polemica con la magistratura ha in realtà toccato anche altri argomenti, in primis quello della sicurezza, dopo i disordini di Capodanno in alcune grandi città e l’omicidio di un capotreno a Bologna qualche giorno fa.
«Penso che questo debba essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia ma se vogliamo garantire sicurezza per i nostri cittadini, occorre anche lavorare tutti nella stessa direzione e lo dovrebbe fare lo deve fare anche la magistratura che a volte rende vano il lavoro del Parlamento e delle forze dell’ordine», ha spiegato Meloni ricordando alcuni casi come quello dell’imam di Torino Mohammed Hannoun, di cui «la polizia ha dimostrato la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il ministro Piantedosi ne ha disposto l’espulsione e questa è stata bloccata».
Spazio anche per le carceri, anche se la maggioranza di centrodestra sembra voler mantenere la barra dritta sulla certezza della pena, più che su umanità e scopro rieducativo della stessa. Il tema del sovraffollamento «è stato oggetto di dibattito anche all’interno della maggioranza» ma «penso che uno Stato serio debba affrontarlo con risposte strutturali, perché i provvedimenti di amnistia, di indulto, di concessione di un’uscita anticipata sono provvedimenti tampone che sono stati sperimentati molte volte in passato e che non hanno risolto nulla, anzi, oltre a minare il principio della certezza della pena, hanno consentito alla politica di fare finta che il problema non esistesse più», il ragionamento di Meloni puntando poi l’attenzione su un piano carceri. «Il nostro obiettivo da qui alla fine del 2027 è 11mila nuovi posti - ha detto - Secondo me è questo il modo serio per difendere la dignità dei detenuti senza compromettere la credibilità dello Stato». Auspicando infine «che il Parlamento proceda velocemente nell’approvazione del ddl di iniziativa governativa per favorire il trasferimento nelle comunità terapeutiche dei detenuti tossicodipendenti».