Venerdì 20 Marzo 2026

×

Lato Umano

Se la gogna diventa pena: il "caso Pifferi" e il coraggio del dubbio

Quando il talk show invade l'aula, la sentenza non è più un atto dello Stato ma l'epilogo di un linciaggio. Perché riconoscere la gogna non significa giustificare il delitto, ma salvare il diritto dalla vendetta

20 Marzo 2026, 15:50

La gogna non è una pena. La gogna non appartiene al processo e, anche quando diventa incendio, deve restare fuori dai tribunali. Potremmo riassumere così il ricorso della procura generale di Milano contro lo sconto di pena per Alessia Pifferi, la madre che ha lasciato morire di stenti la figlia di 18 mesi. Una sentenza d’appello ha trasformato l’ergastolo in 24 anni di reclusione - comunque una vita intera - scatenando l’ira del "tribunale del popolo": per la madre degenere: l’unica sentenza accettabile è che muoia in cella.

Eppure, la Corte d’Appello ha scritto una sentenza profondamente umana, proprio perché durissima. È una decisione che ci sbatte in faccia una realtà scomoda: le aule di giustizia non sono camere stagne. Quando nei salotti Tv facciamo a pezzi un imputato ignorando le regole del diritto, quel sangue mediatico sporca anche i codici.

Alessia Pifferi è stata «lapidata mediaticamente» - il copyright è dei giudici - e quella lapidazione non è rimasta confinata nel circo mediatico. È entrata in aula attraverso un viavai di personaggi che passavano con disinvoltura dal talk show alla testimonianza, dal palcoscenico alla difesa. Testimoni, consulenti, parti civili: un amalgama indistinto di ruoli deformati.

La procura, però, parla la lingua del rigore assoluto. Le attenuanti generiche, si legge nel ricorso, non possono dipendere dal «clamore mediatico sofferto». Lo Stato non può, e non deve, concedere sconti basandosi sul rumore di fondo della società. Il dolore dell’imputata sotto i riflettori è considerato un «dato metagiuridico»: un fantasma che non deve abitare il processo perché non dice nulla sulla colpevolezza, ma racconta solo quanto sia stata feroce la piazza.

Noi, però, vogliamo ribaltare il tavolo. Perché proteggere la purezza formale della legge rischia di farci ignorare un fatto: Alessia Pifferi è arrivata alla sbarra avendo già scontato la sua "pena della vergogna". La «lapidazione verbale» non è un dettaglio sociologico; è una deformazione che cambia i connotati alla giustizia. I testimoni sono stati subornati, resi incapaci di distinguere il ricordo genuino dalla replica di un programma pomeridiano. I consulenti, respirando l’aria pesante dell’esecrazione pubblica, sono scivolati inconsciamente verso diagnosi morali anziché cliniche, punendo la "madre empia" prima ancora della donna imputata. Persino i familiari sono stati costretti a farsi accusatori inflessibili per non essere, a loro volta, travolti dal sospetto. Questo spiegava la sentenza. Una sentenza coraggiosa.

La procura teme il precedente: se lo sconto per la gogna diventa regola, la pena finisce nelle mani dei direttori di palinsesto. Più il caso è urlato, meno anni si scontano? È un paradosso inaccettabile per chi crede nella fredda maestà della legge. Ma è forse arrivato il momento di guardare in faccia un problema che nessuno ha mai risolto: può una democrazia liberale fingere di non vedere che la presunzione di innocenza è stata giustiziata in diretta nazionale? Ignorare l’impatto dei media significa consegnare la toga alla «furia vendicatrice delle Erinni», come ci ha ricordato il professor Vittorio Manes.

Il ricorso chiede che la giustizia sia cieca, per essere uguale per tutti. Manes chiede che la giustizia abbia gli occhi aperti, per vedere quanto fango ha pesato sulla bilancia. Chi non comprende vedrà in questa posizione un tentativo di giustificare un delitto atroce. Ma non è di questo che stiamo parlando. Si tratta di decidere se il processo debba restare un rituale di garanzie o trasformarsi nell’ultimo atto di uno spettacolo di vendetta. Perché se la toga non ha la forza di compensare la pena anticipata nell’arena pubblica, allora la sentenza non è più giustizia: è solo il colpo di grazia della gogna.