Il suo grido in piazza è diventato un caso. Di più: un calcio capace di sparigliare gli schemi della sinistra pacifista. Come quella che domenica scorsa sfilava per le vie di Firenze, quando Leila Farahbakhsh ha preso parola per sferzare il corteo: «Dove eravate – ha domandato - quando il regime uccideva 40mila iraniani?».
Il suo monito è la voce delle proteste represse nel sangue a inizio gennaio. Ma è anche la voce di chi in queste ore aspetta la liberazione sotto le bombe. Pure se la spinta arriva da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, e persino se a crollare è il tetto della propria casa. «Io sono al sicuro, in Italia – dice Leila -. Ma chi è rimasto mi dice: “Meglio morire che soffrire in continuazione. Almeno sapremo che dopo di noi le persone potranno vivere libere”».
Può sembrare impossibile. Ma è andata così anche una settimana fa, quando è stato sferrato l’attacco contro Teheran. «A darmi la notizia è stata mia sorella, che mi ha telefonato di prima mattina. E mi ha detto: “Hanno iniziato”. Ora i giovani dicono: “È arrivato zio Trump”. E magari fa un po’ ridere, ma nessuno può immaginare come viviamo questa cosa. La gente era pronta, aspettava un intervento esterno. E dopo la “guerra dei 12 giorni” aveva cominciato a preparare le scorte, dalle torce alle riserve di acqua».
A parlare sono anche le immagini che arrivano da Teheran. Come quelle di sabato scorso, in serata, quando la notizia della morte di Khamenei è diventata ufficiale e le persone sono scese in strada per festeggiare, a costo di rischiare la vita. «La gioia era tanta», ripete Leila. Che proprio non riesce a comprendere le ragioni di chi oggi, in Italia e nel mondo, protesta contro la guerra senza mettere in conto la volontà di un popolo oppresso che la considera inevitabile. «Le abbiamo provate tutte, abbiamo combattuto a mani nude. Disperati. E le piazze sono rimaste in silenzio mentre il regime uccideva migliaia di manifestanti».
Leila lo chiama “attivismo selettivo”, lei che attivista non ha mai smesso di esserlo, anche a favore del popolo palestinese. «Ma perché chi scende in strada per Gaza non lo fa anche per noi? Per loro la liberazione degli iraniani è in conflitto con quella dei palestinesi, perché Netanyahu sta commettendo un genocidio. Ma perché nessuno parla di Hamas? Perché nessuno dice che è stato il regime iraniano ad alimentare Hamas?». Tutto si riduce a «un’ideologia» che non lascia spazio al ragionamento, per Leila. «C’è una generazione che è rimasta ferma a un pensiero di cento anni fa, che non accetta il cambiamento, e gli iraniani sparsi in tutto il mondo ne sono così delusi che hanno smesso di votare e partecipare alla vita politica. Chi parla di imperialismo e capitalismo americano, non parla mai di quanto patrimonio il regime abbia rubato all’Iran per costruire basi di profitto nel mondo».
Ma accogliere positivamente l’intervento degli Stati Uniti, per Leila, non significa credere che Trump abbia a cuore il destino del popolo iraniano. «Il mondo ha avuto 48 anni per alzare la voce e cambiare le cose. Ma nessuno, né europei né americani, l’ha fatto. Ora il limite si è superato. Siamo in un momento storico in cui i nostri interessi combaciano, per un insieme di ragioni, e finalmente qualcuno ci sta guardando». Leila non chiede altro, e continua a ripeterlo da domenica scorsa: vuole che il suo grido e quello del suo popolo venga ascoltato. E non è difficile capire perché, se ci si ferma un attimo a domandarsi chi è la donna che è riuscita a scuotere il movimento.
Certo le critiche in questi giorni non mancano, anche da parte di chi ha condiviso con lei le piazze. «Ma mi arriva tanta solidarietà e tanto affetto», dice Leila. Che da almeno 15 anni, quando è arrivata in Italia, aspetta il giorno della liberazione. Oggi ha 40 anni e lavora come designer a Firenze. Laureata in fisica a Teheran, ha dovuto ricominciare tutto da zero. Nel suo Paese era considerata un talento della matematica, faceva anche l’insegnante. Ma di nascosto, s’intende, perché è una donna.
«Per fortuna provengo da una famiglia molto aperta, mio padre è sempre stato convinto che le donne debbano studiare e stare nella società. Adesso le cose sono cambiate, gli uomini lottano insieme alle donne. Ma per 40 anni ci è stato fatto il lavaggio del cervello, come fanno ora i talebani, e avere il sostegno maschile non era così facile. Io uscivo sempre senza velo. Lavoravo come contabile in un’azienda. Ma tutto mi dava fastidio, non era facile andare avanti così».
È stato così che nel 2012 Leila ha deciso di trasferirsi in Italia, lasciando in Iran tutta la sua famiglia. Negli occhi le restano scene terribili, per tutte quelle volte in cui hanno dovuto affrontare la polizia morale o le milizie Basij, che setacciano le strade per scovare un velo fuori posto o una gonna “troppo corta”. Così è stata considerata quella che indossava sua sorella, quando è stata arrestata per un centimetro in meno di stoffa. E così è stato anche per lei, quando cercava di qualificarsi alle Olimpiadi di matematica accompagnata da suo fratello, perché un uomo ci vuole sempre, ma le guardie non volevano credere che fosse un parente.
Anche allora, in stato di arresto, Leila ha alzato la voce. Da almeno quattro anni, cioè da quando si è unita al movimento globale “Donna vita libertà”, le è diventato impossibile tornare a casa. Il regime l’ha messa nel mirino, “complice” di quei dissidenti e prigionieri politici sbattuti in cella nel famigerato carcere di Evin. Leila cerca di mantenere un filo costante con loro e con gli altri. Aspetta continuamente notizie, un segnale. Come quello che le è arrivato nel giorno in cui lo scorso gennaio sono esplose le proteste.
«Ricordo bene quando è arrivato il blackout. Aspettavo notizie e ho provato a mettermi in contatto con l’Iran in tutti i modi, ma non c’era alcuna connessione internet. Per tre giorni non abbiamo saputo nulla. Poi sono arrivate le immagini dei sacchi neri sulle strade, i video dei cadaveri. I Basij sono entrati nelle case e hanno cominciato a sparare. Sono andati negli ospedali e hanno arrestato i medici che curavano i feriti. I manifestanti erano così tanti che hanno cominciato a colpire con i coltelli. Ho saputo persino di un ragazzo che si è finto morto, dentro un sacco nero, per sopravvivere».
Quando il sangue si è fermato, è arrivata la gru del boia, con i processi per direttissima. E ogni giorno, Leila, aspetta solo un segnale, un messaggio, per essere certa che la sua famiglia stia bene. «Internet va e viene e abbiamo il timore di essere ascoltati. Come l’altro giorno, quando parlando con mia sorella ho fatto una domanda di troppo ed è caduta la linea…».