È il signore del caos e l’attacco a Teheran suona come l’ennesima conferma: l’America di Trump non sta affatto scolpendo un nuovo ordine mondiale, sta disegnando un nuovo disordine mondiale. Non c’è una dottrina e neanche una strategia: è una geopolitica fatta più di picconate che di architetture. E non c'entrano nulla i diritti delle donne iraniane.
Nessuno si illuda: Trump non è lì per fermare un regime che massacra il suo popolo, i suoi giovani. È lo stesso identico Trump che ha sguinzagliato gli uomini dell’Ice tra le strade di Minneapolis. Qui c’è solo la cara vecchia “volontà di potenza”. Certo, questo non assolve chi, in queste ore, sta sfilando per la pace mentre aveva deciso di tenere quelle stesse bandiere in soffitta nei giorni delle grandi purghe iraniane. E la voce di Leila, la donna iraniana che ha fermato la marcia della pace di sabato scorso a Firenze, non può, non deve essere liquidata: «Dove eravate quando il regime uccideva i miei fratelli a Teheran, dove eravate?», ha chiesto Leila a quel corteo improvvisamente ammutolito.
Ma accanto al massacro dei ragazzi di Teheran, c’è quello del diritto internazionale, da parte di chi ha deciso che il Medio Oriente debba essere ridisegnato. È un progetto che nasce dalla costante delegittimazione del diritto internazionale che lascia emergere una logica elementare: la vecchia divisione del mondo in sfere di forza, non in regole. La volontà di potenza torna protagonista, e la civiltà giuridica costruita in decenni di trattati e faticosa diplomazia arretra come una marea abbandona la battigia. Se questo è il nuovo ordine evocato da Trump, allora non è affatto nuovo: è semplicemente il più antico. Non la politica delle istituzioni, ma quella dei rapporti di forza. E così la civiltà del diritto rischia di tornare all'età della pietra.