L'intervista
FELICE GIUFFRE' CONSIGLIERE CSM
«La riforma non ha alcun intento punitivo né politico. È un intervento di natura tecnica che mira ad allineare l’ordinamento italiano ai principi delle democrazie liberali, rafforzando le garanzie dei diritti e delle libertà dei cittadini», afferma il professore siciliano Felice Giuffrè, componente laico del Csm in quota FdI.
Professore Giuffrè, perché è necessario votare il Sì al referendum?
Bisogna completare un percorso avviato con la Costituzione del 1948 e proseguito con l’introduzione del processo accusatorio nel 1988 e con la riforma dell’articolo 111 del 1999 sul giusto processo. La distinzione costituzionale tra magistratura giudicante e requirente rappresenta l’ultimo tassello necessario per assicurare pienamente la parità delle armi tra accusa e difesa, senza alcun regolamento di conti con la magistratura.
I fautori del No dicono che la separazione delle carriere esiste già.
La distinzione delle funzioni non equivale alla separazione delle carriere. Quest’ultima implica percorsi professionali realmente separati, sotto il profilo della formazione, della disciplina ordinamentale e del governo autonomo. Sul piano processuale, giudici e pubblici ministeri sono già correttamente distinti; è quindi necessario evitare ogni commistione anche sul piano ordinamentale. La riforma interviene inoltre sul sistema di nomina dei componenti del Csm, per ridurre il peso delle dinamiche correntizie che in passato hanno inciso sulle carriere, rafforzando l’indipendenza interna dei magistrati.
Il Csm sembra ormai la “succursale” dell’Anm. Concorda?
Il Csm non è un organo rappresentativo né titolare di indirizzi politici. Il suo compito è governare in modo autonomo la magistratura, non concorrere all’indirizzo politico del Paese, che spetta a Parlamento e governo. Pensiamo invece ai tanti pareri, non richiesti da nessuno, che il Csm redige in occasione del dibattito legislativo. Palazzo Bachelet non è la terza Camera del Paese. È necessario contrastare una visione distorta della magistratura come soggetto politico.
La riforma non incide sui tempi della giustizia. Per il No è quindi inutile.
L’accelerazione dei tempi della giustizia è perseguita dal governo, con la collaborazione del Csm, con un programma di assunzione di nuovi magistrati, che porterà quasi al pieno organico in un paio d’anni. L’obiettivo della riforma costituzionale è, piuttosto, quello di rafforzare il sistema delle garanzie. Serve a prevenire errori giudiziari che possono derivare da un’eccessiva vicinanza tra giudice e accusatore. Non ci si può affidare alla correttezza del singolo magistrato: l’ordinamento deve essere costruito in modo da proteggere l’innocente. Vicende emblematiche come quella di Enzo Tortora dimostrano quanto possa essere devastante un errore giudiziario e quanto siano indispensabili regole rigorose.
Si tratta di un regolamento dei conti tra politica e magistratura come dicono le opposizioni?
Ma quando mai! È vero l’opposto. La carriera unica tra giudici e pubblici ministeri è un retaggio di modelli autoritari, così come lo era il processo inquisitorio in vigore fino al 1988. La riforma mira a eliminare gli ultimi residui di quelle concezioni, sia nel processo sia nella struttura del potere giudiziario. Parlare di scontro politico significa ignorare la logica dei modelli giudiziari o agire per puro pregiudizio ideologico.
Secondo l’Anm, che ci ha fatto anche dei cartelloni, la riforma garantisce impunità ai politici, realizzando un disegno autoritario.
Si tratta di affermazioni prive di fondamento normativo. La riforma non limita il controllo di legalità, che continuerà a essere esercitato in modo pieno, ma lo colloca all’interno di un sistema più equilibrato di garanzie. Richiamare teorie complottistiche o accuse di impunità significa scendere sul terreno della propaganda, danneggiando la credibilità della magistratura stessa.
Il pubblico ministero diventerà un “super poliziotto” o sarà soggetto al potere politico. Facciamo chiarezza.
Nel modello accusatorio, fondato sulla parità delle armi, è necessario che giudice, pubblico ministero e difensore condividano una comune cultura del processo, basata sul rispetto rigoroso delle regole e dei ruoli. La riforma non intacca in alcun modo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Al contrario, rafforza lo status costituzionale del pubblico ministero, che verrebbe tutelato esplicitamente dalla Costituzione, rendendo impossibile qualsiasi sua subordinazione al potere esecutivo. Le regole del giusto processo continueranno a garantire l’equilibrio necessario a prevenire ogni eccesso.
Un’ultima domanda. L’Alta corte serve?
Guardi, le racconto un episodio recente. Il ministro della giustizia Carlo Nordio aveva stigmatizzato delle affermazioni contenute in una intervista da parte di un alto magistrato della Cassazione. Bene: tutti i togati del Csm avevano immediatamente chiesto l'apertura di una pratica a sua tutela. Se il ministro avesse poi chiesto di esercitare l’azione disciplinare, chi avrebbe potuto giudicare quel magistrato visto che tutti si erano già espressi in suo favore?