Giovedì 22 Gennaio 2026

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Nasrin Sotoudeh: «Qui in Iran la vita è crollata davanti ai nostri occhi...»

Parla l'avvocata e attivista per i diritti umani che dopo giorni di blackout digitale racconta la situazione del suo Paese dopo lo scoppio della rivoluzione

20 Gennaio 2026, 17:35

21 Gennaio 2026, 07:54

Nasrin Sotoudeh

«La vita è crollata davanti ai nostri occhi, siamo una nazione sotto sequestro». L’account di Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana e storica attivista per i diritti umani, torna attivo dopo giorni di silenzio. E la sua non è una voce qualunque. Il regime le ha dichiarato guerra per aver difeso le ragazze di via della Rivoluzione che nel 2017 sfidarono pubblicamente l’obbligo del velo e per aver denunciato, anche in solitudine, la pena di morte davanti ai tribunali. Un corpo esile che negli anni ha rappresentato milioni di persone, pagando più volte con il carcere il prezzo della propria battaglia.

Oggi, come in passato, quel corpo è di nuovo in piazza. Ma non è solo. È uno dei tanti che protestano contro un potere che, secondo Sotoudeh, ha trasformato l’Iran in un Paese privato delle sue libertà fondamentali. Le sue parole restituiscono tutta la gravità del momento: preoccupazione, rabbia, ma anche la consapevolezza di trovarsi di fronte a una svolta storica. Quella in corso, spiega, non è un’esplosione improvvisa, ma il risultato di anni di vessazioni e resistenza. Le persone scese in strada a Teheran portano con sé un accumulo di rabbia e frustrazione. Per «la violazione sistematica dei diritti delle donne e le restrizioni imposte loro, in particolare attraverso l’hijab obbligatorio. Per le frodi elettorali del 2009 e le manifestazioni studentesche di 27 anni fa, nel 1999, all’Università di Teheran. È l’esito di tutti i piccoli e grandi movimenti di protesta che hanno coinvolto diversi strati della società nel corso di questi 47 anni. Tutto questo si è infine manifestato nel movimento di gennaio, cioè proprio quello che stiamo vivendo oggi».

Le violazioni dei diritti umani - dalla negazione dei diritti delle donne e delle minoranze, alle libertà personali e ai diritti economici, fino all’uso delle risorse pubbliche per alimentare conflitti esterni e retorica bellica - «sono tutte le ragioni per cui la gente protesta». Sotoudeh spiega che il regime ha costruito, nel corso degli anni, una struttura di potere che ha progressivamente eroso la capacità di resistenza della popolazione. Questo ha generato una frustrazione quotidiana, un senso di impotenza che avvolge il Paese. In questo contesto, il blackout di Internet non è stata solo una misura tecnica, ma un vero e proprio strumento politico per interrompere le relazioni sociali, familiari ed economiche. Così come già avvenuto nel 2019, questa misura ha isolato intere città, ha impedito alle persone di comunicare tra loro e di ricevere informazioni, creando un vuoto informativo totale.

«La società iraniana convive quotidianamente con questa situazione: ogni giorno, attraverso i media e i social network, le persone vengono a conoscenza delle violazioni dei diritti, soprattutto di quelli delle donne, mentre le condizioni economiche peggiorano costantemente - spiega. Il valore della moneta nazionale e i risparmi della popolazione si sciolgono come ghiaccio tra le mani, provocando umiliazioni e continue offese alla dignità delle persone. Tutto questo costituisce la base del sistema della Repubblica Islamica». Il blocco di Internet ha un obiettivo preciso: gettare l’intero Paese nell’oscurità, nascondere ogni violazione dei diritti umani in un abisso senza fine. E ha avuto conseguenze immediate per i manifestanti: impossibilità di contattare parenti, di ricevere notizie dall’esterno e di organizzare in sicurezza le proteste. Anche oggi, con una connessione parzialmente ristabilita, non è possibile conoscere con certezza il numero delle vittime o degli arresti e la popolazione resta sospesa tra angoscia e attesa.

Nel commentare il ruolo dell’intervento internazionale, Sotoudeh richiama l’attenzione sui meccanismi legali esistenti e mette in guardia contro soluzioni militari unilaterali, considerate «un pericolo potenziale» con scarse possibilità di portare vera democrazia. «In situazioni in cui i diritti fondamentali vengono violati in modo sistematico e su larga scala, esistono meccanismi previsti dalla comunità internazionale - come quelli delineati nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite - per la tutela della pace e della sicurezza». Tuttavia, avverte, nessuna norma legittima interventi militari unilaterali: «L’esperienza dimostra che simili azioni difficilmente portano democrazia e libertà e rischiano anzi di produrre nuove forme di violenza».

Ogni intervento esterno, avvisa dunque Sotoudeh, deve rispettare la complessità e la pluralità della società iraniana, senza semplificare conflitti e opposizioni diverse in un’unica narrativa. Anche lei è scesa in piazza, anche se non ha assistito personalmente a scene di violenza diretta. La repressione, però, ha colpito tutti: amici arrestati, famiglie in lutto, funerali di giovani uccisi durante le manifestazioni. Uno dei suoi clienti, già sopravvissuto a una condanna a morte, ha recentemente perso un giovane parente; altri amici, marito e moglie, sono stati incarcerati e lei ha dovuto affidarne la difesa ad altri avvocati. In questo quadro, suo marito, Reza Khandan, è ancora detenuto nel carcere di Evin.

Il “reato” che gli viene contestato è quello di aver prodotto delle spille con la scritta: “Mi oppongo al velo obbligatorio”. Un gesto di resistenza pacifica, che per le autorità iraniane è valso una condanna a tre anni e mezzo di carcere. La pena, inizialmente sospesa, è stata riattivata a dicembre 2024, proprio nei giorni in cui il Parlamento iraniano si preparava a votare una legge sul velo e la castità che prevedeva pene severissime - fino alla pena di morte - per le donne non conformi all’obbligo del velo. Sotoudeh, insieme ad altre attiviste, si era opposta pubblicamente a quella norma, annunciando proteste nel caso in cui fosse stata approvata. La mobilitazione fu tale che il Parlamento fece marcia indietro. Ma proprio il giorno in cui quella legge sarebbe dovuta entrare in vigore, la polizia ha fatto irruzione nella casa dei due attivisti e ha portato via Reza, riesumando la vecchia condanna già archiviata. Un pretesto, secondo la sua famiglia, per colpire indirettamente Nasrin. Da mesi Khandan porta avanti un'ulteriore protesta pacifica contro il divieto di visite, imposto perché la moglie rifiuta di indossare l’hijab. Le sue condizioni, per ora, spiega Sotoudeh, non sono cambiate.

Non solo la repressione fisica, ma anche quella psicologica sta lacerando il popolo iraniano. Sotoudeh racconta: «Siamo vivi, sì, ma il nostro spirito è ferito. Ogni giorno perdiamo giovani, e con loro una parte di noi. Viviamo in un eterno stato di lutto e confusione». La domanda che resta sospesa, aggiunge, è se davvero questo movimento porterà a un cambiamento di potere e come verrebbero soddisfatte le richieste per cui gli iraniani lottano da decenni: elezioni libere, abolizione della pena di morte, diritti delle donne e dei bambini, giusto processo.

Un altro elemento centrale che Sotoudeh evidenzia è la pluralità dell’opposizione. La brutalità della repressione, secondo Sotoudeh, rende impossibile per il regime attuale pensare di sopravvivere come se nulla fosse. Il vero banco di prova, avverte Sotoudeh, sarà la capacità di qualunque alternativa di abbracciare la pluralità e la complessità della società iraniana, senza annientare le vittime e le loro storie, le famiglie colpite e le speranze che, per decenni, hanno alimentato la resistenza civile. Solo così, forse, l’Iran potrà rinascere.