Lunedì 12 Gennaio 2026

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Rivolte e repressione, perché in 47 anni nessun movimento ha abbattuto il regime degli ayatollah

Dalla rivoluzione del 1979, la storia dell’Iran è ciclicamente scandita da proteste che hanno scosso le fondamenta del regime, senza mai riuscire a creare un’alternativa politica al potere del clero sciita

12 Gennaio 2026, 18:10

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Iran

La Repubblica islamica dell’Iran che nel 1979 rovescia la brutale monarchia dello Scià nasce da una delle più grandi rivoluzioni popolari del Novecento. Il potere che si consolida rapidamente attorno alla figura dell’ayatollah Ruhollah Khomeini non eredita però solo l’entusiasmo per la caduta di Mohammad Reza Pahlevi ma anche una società plurale, politicizzata, attraversata da forti componenti laiche e aspettative spesso incompatibili con un ordine teocratico.

Da allora, la storia dell’Iran è ciclicamente scandita da rivolte, insurrezioni, proteste che a volte hanno scosso le fondamenta del regime senza mai però riuscire a creare un’alternativa politica credibile al potere del clero sciita. Un po’ per la natura frammentata delle opposizioni ma soprattutto per la spietata repressione che ogni volta si è abbattuta sui movimenti di protesta.

Tra il 1979 e il 1981, l’Iran è attraversato da una vera e propria guerra civile a bassa intensità; le organizzazioni marxiste e laiche, in particolare i comunisti del Tudeh e i Mujaheddin del Popolo, entrano in rotta di collisione con i khomeinisti, che nel frattempo hanno consolidato il controllo delle istituzioni e delle forze armate. Parallelamente, nelle regioni periferiche del Paese esplodono rivolte armate di minoranze etniche: i curdi nel nord-ovest, i turkmeni nel nord, gli arabi nel Khuzestan, i baluci nel sud-est. Le rivendicazioni spaziano dall’autonomia politica al riconoscimento culturale, ma il regime risponde con ferocia.

Lo scoppio della guerra contro l’Iraq nel settembre 1980 offre al potere un formidabile strumento di disciplinamento interno. In nome dell’emergenza nazionale, ogni forma di dissenso viene assimilata al tradimento. Gli anni Ottanta sono così segnati da un silenzio forzato, imposto attraverso arresti di massa, tribunali rivoluzionari e l’uso indiscriminato della pena di morte. Questo ciclo repressivo raggiunge il suo apice nel 1988, quando, al termine del conflitto, migliaia di prigionieri politici vengono giustiziati in poche settimane in seguito a una fatwa della Guida suprema.

Con la morte di Khomeini nel 1989 il regime tenta una parziale normalizzazione. Ma la ricostruzione economica, segnata da forti diseguaglianze, riporta in superficie il malcontento sociale. Nei primi anni Novanta, rivolte spontanee legate al caro-vita esplodono in diverse città, da Mashhad a Islamshahr. Sono proteste prive di una piattaforma politica, che esprimono più il malessere sociale che un progetto di cambiamento, e vengono schicciate con forza.

La seconda metà degli anni Novanta vede emergere un nuovo attore: il movimento studentesco. Nel 1999, la chiusura del quotidiano riformista Salam scatena manifestazioni nelle università che si estendono rapidamente ad altri settori della società iraniana. La repressione anche stavolta è violenta, ma per la prima volta il dissenso si articola intorno a richieste di libertà civili, stato di diritto, limiti al potere del clero. È il preludio alla stagione riformista incarnata dalla presidenza di Mohammad Khatami, che alimenta aspettative di cambiamento dall’interno del sistema.

Queste aspettative si infrangono definitivamente nel 2009. Le elezioni presidenziali che riconfermano Mahmoud Ahmadinejad in un clima di brogli percepiti come evidenti danno vita al “Movimento Verde”, la più grande mobilitazione di massa dalla nascita della Repubblica islamica. Milioni di iraniani scendono in piazza per settimane, inizialmente per chiedere trasparenza elettorale, poi per denunciare la natura autoritaria del sistema. La repressione è capillare: arresti, torture, processi-farsa, uccisioni che assumono un valore simbolico. Con la neutralizzazione dei leader riformisti, il regime dimostra di non essere disposto a tollerare nemmeno una contestazione interna controllata.

Negli anni successivi, la protesta cambia natura. A partire dal 2017, le manifestazioni non nascono più nei quartieri benestanti di Teheran o nelle università, ma nelle periferie e nelle province. Sono i ceti popolari, colpiti dalla crisi economica, dalla disoccupazione e dalle sanzioni internazionali, a scendere in piazza. Gli slogan sono più diretti, meno ambigui, e prendono di mira apertamente la Guida Suprema e l’intero sistema. È un segnale di rottura profonda: la Repubblica islamica perde consenso anche tra settori tradizionalmente considerati la sua base sociale.

Il novembre 2019 segna uno dei momenti più drammatici di questa lunga sequenza di rivolte. L’aumento improvviso del prezzo della benzina scatena una sollevazione diffusa che coinvolge centinaia di città. Il regime reagisce spegnendo Internet e ricorrendo a una violenza estrema. Le forze di sicurezza aprono il fuoco sui manifestanti, causando centinaia di morti in pochi giorni. È una repressione che non mira solo a ristabilire l’ordine, ma a terrorizzare la società, lasciando un segno profondo nel rapporto tra cittadini e Stato.

La morte di Mahsa Amini, nel settembre 2022, apre infine il ciclo di protesta più radicale e simbolicamente potente. Le manifestazioni esplodono in tutto il Paese sotto lo slogan “Donna, vita, libertà”, mettendo al centro il corpo femminile come terreno di scontro politico. A differenza delle mobilitazioni precedenti, questa rivolta attraversa generazioni e classi sociali, coinvolgendo anche adolescenti e minoranze etniche. Per la prima volta, la richiesta non è più una riforma del sistema, ma il suo superamento. Anche se la repressione riesce a soffocare le proteste di massa, la disobbedienza quotidiana – soprattutto sul velo – continua a erodere l’autorità morale del regime.