A poche ore dal termine di un complicato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati, e a pochi giorni dalla presentazione al Consiglio dei ministri, da parte della guardasigilli Marta Cartabia, degli emendamenti alla riforma del Csm, facciamo il punto con il segretario generale dell’Anm, Salvatore Casciaro, esponente di spicco di Magistratura indipendente.
Non sarebbe sensato attribuire al nuovo sistema elettorale virtù taumaturgiche. Certo, l’attuale sistema introdotto nel 2002, che i comportamenti adattativi dei gruppi associativi hanno trasformato in proporzionale, non ha prodotto l’effetto sperato di ridurre il peso delle correnti. Da un canto si sono eliminate le liste, dall’altro si sono previsti i collegi unici nazionali. Evidente l’incongruenza: nessun candidato, in un collegio di tale ampiezza, è stato messo in condizione di poter fare a meno dell’apparato organizzativo dei gruppi che, tenendo conto della forza reciproca, hanno calcolato la distribuzione dei consensi, per non disperdere voti.
Personalmente non trovo rispondente alla realtà della magistratura la logica dei poli contrapposti. È oltretutto smentita dal proficuo cammino che tutti insieme stiamo facendo nella giunta esecutiva centrale dell’Anm. Constato, tuttavia, che alcune componenti associative hanno espresso timori legati a una perdita di rappresentatività del Consiglio superiore, donde l’approvazione a maggioranza della delibera a favore del sistema proporzionale. Prendendo atto delle diverse posizioni in campo, il Comitato direttivo centrale ha avviato al contempo una consultazione referendaria, confezionando un quesito che consentirà di esprimersi per il sistema del sorteggio o per un sistema a ispirazione maggioritaria o proporzionale. Ciò nel convincimento che stiamo parlando di sistemi elettorali “misti”: non proporzionali o maggioritari puri, ma con correttivi in un senso o nell’altro.
Non è mai troppo tardi per ascoltare la voce dei colleghi. Mi è parso oltretutto di cogliere, dalle prime anticipazioni sugli organi di stampa, che l’emendamento non sarebbe un testo “blindato”, su cui porre la fiducia, ma aperto al confronto e a eventuali modifiche parlamentari.
Credo sia esercizio sterile preconizzare futuri scenari.
Mi sembra coerente con l’intenzione di stabilire delle incompatibilità per i componenti della sezione disciplinare del Csm. E ciò, beninteso, se si vuole assicurare la piena funzionalità del Consiglio.
L’Anm è una grande realtà ricca di sensibilità e idee diverse, ove si realizza, anche grazie al lavoro delle commissioni di studio, una feconda elaborazione culturale. Su tanti temi il confronto genera una sintesi, talora questo non accade ma è importante che non si rinunci a cercarla, e che non ci si stanchi mai di riannodare i fili del dialogo associativo.
Se si tratta di farsi semplice latore di una posizione espressa altrove non ne vedo francamente l’utilità: basta trasmetterla in modo istituzionale. Temo non si abbia piena consapevolezza delle possibili ricadute: non si può patrocinare la mattina la causa davanti al giudice nell’aula del tribunale e perorare la sera il suo avanzamento, o la sua bocciatura professionale, nell’aula del Consiglio giudiziario. Sono gli stessi avvocati che operano quotidianamente nei tribunali, da sempre custodi attenti del principio di “parità delle armi” nel processo, ad essere per primi consapevoli dell’interferenza con l’esercizio indipendente della giurisdizione.
Cartabia sarebbe favorevole alla diminuzione dei fuori- ruolo. È d’accordo?La Commissione Luciani, e le linee di riforma della ministra Cartabia, si sviluppano nel senso di ridurre il numero dei fuori ruolo, condizionandone l’autorizzazione a specifico interesse dell’amministrazione di appartenenza. Il tema potrebbe essere utilmente affrontato anche in altro modo: evitando che, negli avanzamenti professionali del magistrato, l’esperienza fuori ruolo possa essere considerata, come purtroppo sovente accade, equipollente o addirittura plus- valente rispetto all’esercizio del lavoro nella giurisdizione. Ciò, a mio avviso, basterebbe per rendere l’esperienza del fuori ruolo meno appetibile, ridimensionando un fenomeno che comunque non va demonizzato.
L’Anm è per una disciplina rigorosa, ma rispettosa del dettato costituzionale. L’ipotesi attualmente al vaglio della ministra Cartabia della ricollocazione del magistrato, al termine del mandato elettivo, in plessi dell’amministrazione dello Stato, mi sembra mettere in disparte l’aggettivo possessivo “suo” contenuto nella norma costituzionale. Il magistrato, come qualsiasi altro cittadino eletto, ha il diritto di conservare “il suo posto di lavoro” e non un posto di lavoro quale che sia. Sarebbe più corretto prevedere per il magistrato, al termine del mandato, stringenti limiti geografici e funzionali.
L’emendamento muove dall’apprezzabile intento di estendere specifiche, e aggiungerei doverose, tutele ai magistrati onorari. Ma il testo predisposto, peraltro neppure gradito alla magistratura onoraria, pone alcuni interrogativi. Si va a istituire, per coloro che superano la procedura valutativa di conferma di idoneità, l’ibrida figura del magistrato onorario a tempo pieno e indeterminato “stabilizzato”, che è distonica rispetto alla previsione dell’articolo 106 Cost. e ai principi generali della legge Orlando, che connotano le funzioni onorarie nei loro inderogabili caratteri della temporaneità e della non esclusività.
Non mi pare sia così. Le Commissioni hanno una funzione di studio e proposta, ma spetta alla politica fare le scelte. È naturale che possano esserci degli scostamenti frutto del confronto interno alla maggioranza di governo.
Non credo. Colgo nondimeno la strumentalità di alcuni attacchi contro la magistratura nella sua interezza e avverto la sensazione che, in un momento in cui ne sono indeboliti il prestigio e l’autorevolezza, tali attacchi mirano in realtà a metterne in discussione l’irrinunciabile indipendenza.