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La riflessione

Chi l’ha vista? La fuga della Politica dal referendum

Leader defilati, magistrati in prima linea e dibattito polarizzato: l’assenza della politica pesa sulla consultazione sulla separazione delle carriere

18 Febbraio 2026, 09:28

Chi l’ha vista? La fuga della Politica dal referendum

Se la campagna referendaria ambisce ormai ufficialmente alla palma per la peggior campagna elettorale della storia repubblicana, e l’inevitabile politicizzazione della prova è degenerata in un’ordalia in cui due poteri dello Stato si sforzano più che possono per delegittimarsi a vicenda, la responsabilità è proprio della politica. O meglio della sua assenza, conseguente a un calcolo di non elevatissima lega, che accomuna le parti in causa. Nessuno se la sentirebbe oggi di scommettere a colpo sicuro o semisicuro sulla vittoria, e di conseguenza nessuno vuole amplificare la valenza politica di un’eventuale sconfitta esponendosi troppo.

Le principali leader politiche, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, si sono trincerate dietro il proverbiale “passo di lato”. Sostengono sì le rispettive cause ma senza farsi vedere troppo, senza mettere sul piatto della bilancia il peso delle rispettive popolarità. Ma anche gli altri leader evitano di strafare e spesso anche semplicemente di fare. Conte, poi, ha una ragione in più per tenersi nell'ombra: una parte significativa del suo elettorato, stando ai sondaggi, è per il Sì: perché dovrebbe rischiare di inimicarsela, tanto più che i colleghi leader danno il buon esempio e spianano la strada imboscandosi.

I partiti seguono e si adattano alla disposizione d’animo dei loro generali: sostenere e schierarsi sì, ma senza uscire troppo allo scoperto, “mettendoci la faccia” il meno possibile. Le Politiche sono ormai vicine, chi perderà arriverà comunque allo scontro decisivo del 2027 con un handicap sul groppone. Non c’è motivo alcuno di renderlo ancor più pesante legando a triplo filo la propria immagine a quella del fronte perdente. La conseguenza è che la campagna elettorale è in mano ai diretti interessati, i magistrati, l’Anm ma anche lo stesso Nordio che non è un politico ma un ex magistrato di lunghissimo corso, ed è troppo coinvolto personalmente per conservare la necessaria freddezza. Al loro fianco, nell’orientare e indirizzare la propaganda, non ci sono i politici che hanno voluto la riforma o che la combattono, ma le rispettive tifoserie: figure pubbliche che, a vario livello, si sgolano per difendere l’una o l’altra causa, ma lo fanno appunto con tutto l’aplomb e il senso della misura che ci si può aspettare da una curva.

La riforma è naturalmente tecnica. È spesso così, stavolta forse più del solito perché il quesito è meno direttamente comprensibile di quelli sul nucleare, sull’acqua pubblica e persino sull’abolizione del Senato. Ma in ultima analisi una riforma costituzionale è sempre politica, e dovrebbe essere discussa e contestata con gli argomenti della politica, proprio per non caricarsi di significati che per comodità definiamo “politici” ma che attengono piuttosto alle guerre di religione.
Se ci si lascia, per calcolo e per paura, nelle mani dei diretti interessati, tanto per fare due nomi a caso di Nordio e di Gratteri, la rissa da osteria è inevitabile, anche se il coinvolgimento nella scazzottata di un ministro della Giustizia è per molti versi più grave, trattandosi appunto di un ministro, e comunque come tale è inevitabilmente avvertita dagli sbigottiti spettatori: la platea votante.

La premier, pare, è tutt’altro che soddisfatta di come viene condotta e dunque di come sta andando la campagna elettorale. La direzione del partito, gestita in buona misura da sua sorella Arianna, avrebbe indicato una strada opposta: spiegare la riforma, evitare di passare il timone agli hooligan, convincere parte dell'elettorato di sinistra. Parole a vuoto, alle quali non è seguito alcun fatto. La campagna, casomai, è ulteriormente degenerata.

Non poteva andare diversamente e le cose non potranno cambiare nelle ancora lunghe settimane che ci separano dal voto, perché, per quanto paradossale possa apparire e controintuitivo effettivamente sia, il solo modo per evitare una politicizzazione rozza e integralista, e per riportare lo scontro referendario nel suo proprio terreno, è che a gestire la campagna elettorale sia la politica, mai così assente in alcun referendum, costituzionale e non. Comporterebbe inevitabilmente qualche rischio in più, soprattutto per le due leader acquattate nell’ombra. Ma in un’ottica meno miope ci guadagnerebbe la politica e dunque, alla fine, ci guadagnerebbero comunque entrambe.