Giovedì 09 Aprile 2026

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«Il governo ritiri la legge sul fine vita!». Ma il ddl del centrodestra è già sparito nel nulla

L’Associazione Coscioni lancia cento piazze per riaprire il dossier, fermo da mesi al senato dopo il braccio di ferro con le Regioni. Un'altra legislatura si avvia alla fine con un nulla di fatto sul suicidio assistito

09 Aprile 2026, 16:11

«Il governo ritiri la legge sul fine vita!». Ma il ddl del centrodestra è già sparito nel nulla

Per una volta Marco Cappato e il governo Meloni vogliono la stessa cosa: far sparire la legge sul fine vita che stagna da mesi a Palazzo Madama. Ma per ragioni molto diverse, s’intende. Il primo chiarisce le sue con la mobilitazione nazionale lanciata in settimana dall’Associazione Luca Coscioni, di cui è tesoriere: cento piazze in tutta Italia per dare una scossa sul tema e chiedere all’esecutivo di ritirare il ddl del centrodestra. Quello di cui sono relatori Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI) e che ormai – dice l’Associazione - è diventato un intralcio per lo stesso Parlamento, ostaggio di un testo che non convince nessuno.

Certo, è parecchio difficile, se non impossibile, che un nuovo tentativo possa vedere la luce in quest’ultimo scorcio di legislatura. Ma nessuna legge è sempre meglio di una cattiva legge, è il ragionamento dalle parti di Cappato. Mentre Palazzo Chigi, probabilmente, preferisce tollerare un quasi diritto che crearne uno intero. Non è un mistero, infatti, che la premier abbia abbandonato da tempo il progetto di disciplinare il fine vita. Il messaggio è arrivato forte e chiaro durante la conferenza stampa di inizio anno, quando Meloni ha spiegato come «il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi ma semmai cercare di ridurre al minino la solitudine e la difficoltà di chi ha gravi patologie».

Prima ancora c’era stato il monito di Papa Leone XIV, che lo scorso dicembre si era detto «molto deluso» dalla legge sul suicidio assistito licenziata nel suo Illinois. E poi ci sarebbe chi, dentro la maggioranza, una norma nazionale sul fine vita non l’ha mai davvero voluta. Se per un pezzo di strada, il “fronte de no” e alcuni ambienti cattolici si erano convinti della necessità di legiferare per evitare «fughe in avanti» delle Regioni, a cambiare il quadro è stata la sentenza numero 204 della Consulta sul caso Toscana, arrivata a fine anno. Quella decisione, infatti, “salvando” in gran parte la legge impugnata dal governo, ha anche stabilito il perimetro entro cui le Regioni possono fare da sé, limitandosi a regolare modalità e procedure sulla scorta della sentenza 242 del 2019.

Si tratta della cosiddetta “Antonioni/Cappato” sul caso di Dj Fabo, che ha sancito quattro criteri per accedere al suicidio assistito: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Non solo macchine a cui staccare la spina, come ha chiarito la Corte con la sentenza numero 135 del 2024, ma procedure necessarie alla sopravvivenza del malato, comprese alcune delle pratiche messe in atto dai caregiver.

Questi i confini netti sul fine vita, da cui non si scappa. E su cui non si torna indietro, come pure qualcuno sperava, nel centrodestra, confidando in un nuovo orientamento della Corte dopo l’elezione dei giudici mancanti. Al contrario, la Consulta ha ribadito che resta «intatto il diritto» del paziente, che abbia già ottenuto il via libera al suicidio assistito, di fare affidamento sul Servizio sanitario nazionale per ciò che riguarda il farmaco letale e la strumentazione. Un punto dolente, quest’ultimo, soprattutto per Fratelli d’Italia. Che nel testo base approvato la scorsa estate nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali del Senato aveva imposto l’esclusione della sanità pubblica dai percorsi di fine vita, ponendo di fatto lo scoglio più grande sui lavori che per mesi sono proseguiti a rilento, fino a bloccarsi del tutto.

Per riprendere in mano il testo servirebbero i pareri del governo, che non sono mai arrivati. Ma di fine vita, in Parlamento, si è smesso semplicemente di parlare. Qualcuno sussurra: che le Regioni facciamo a modo loro. Ma il tema resta, se per esercitare un diritto bisogna scommettere sulla propria Asl di competenza. La cronaca lo racconta spesso: ciò che vale in una parte d’Italia non vale nell’altra. E pure la Società italiana di medicina legale (Simla), mercoledì scorso, ha lamentato con una nota il vuoto normativo in cui si trovano ad operare i professionisti che devono verificare le condizioni previste dalla Consulta.


Sullo sfondo resta il monito dei giudici costituzionali al legislatore, rinnovato di recente con le parole del presidente Giovanni Amoroso nell’ambito della relazione annuale sull’attività della Corte. Che ormai sei anni fa aveva chiesto al Parlamento di colmare quel vuoto. Possibilmente con una legge che non restringa «drasticamente i diritti oggi esistenti», ripete l’Associazione Coscioni. Che fino al 19 aprile sarà presente con banchetti e iniziative in 80 città. «In Italia, grazie alla sentenza della Consulta, 20 persone hanno già ottenuto il via libera dal Servizio sanitario nazionale, in 14 hanno effettivamente avuto accesso all’aiuto alla morte volontaria, spesso dopo lunghi percorsi giudiziari», ha spiegato Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione. Ma «nessuna di queste avrebbe potuto farlo se la proposta di legge del governo fosse stata in vigore: invece di semplificare, introduce ostacoli che renderebbero l’accesso di fatto impossibile».