Carlo Nordio è stanco. Ma si offre senza esitazioni al suo particolarissimo “plotone di esecuzione”, per usare la metafora che non ha portato bene al referendum. Si presenta alla Camera per un question time terribile, voluto dai deputati d’opposizione per invocare le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, ma finito inevitabilmente con il rilancio di Pd, 5 Stelle e Avs: «Anche lei, Nordio, deve fare un passo indietro». Il guardasigilli risponde con la voce di chi avverte davvero il peso di quello che lui stesso definisce un «fallimento», ma obietta: «Non vedo perché dovrei dimettermi: non è previsto che il ministro della Giustizia lasci per un referendum. Il governo e la presidente del Consiglio mi hanno confermato la fiducia».
La questione, almeno per ora, è chiusa. Nordio difende e ringrazia Bartolozzi: «Ha svolto le sue funzioni, prima da vice e poi da capo di Gabinetto, con dignità e onore, secondo il mio giudizio». Ma le controrepliche dei gruppi d’opposizione sono spietate: a chiedere che il ministro lasci sono Debora Serracchiani del Pd – dopo l’intervento iniziale di Federico Gianassi – Nicola Fratoianni per Avs, Riccardo Magi per +Europa e Vittorio Colucci dei 5 Stelle, dopo che la vicecapogruppo pentastellata Carmela Auriemma aveva aperto il fuoco. Solo Maria Elena Boschi di Italia Viva ha un cenno di «comprensione» per «l’imbarazzo» di Nordio, parole a cui non fa seguito la richiesta di sloggiare da via Arenula: la presidente dei deputati renziani invoca piuttosto che sia «la premier» a metterci la faccia.
Un brutto pomeriggio, per l’autore della riforma cestinata dagli elettori. Pessimo. Doloroso, per chi, come il guardasigilli, ventiquattr’ore prima ha tentato in tutti i modi di scongiurare l’addio della figura di sua più stretta fiducia. Nordio ha certo il sostegno di Giorgia Meloni, che non è stato scalfito dalla débacle nelle urne. Più favorevole a un avvicendamento è stato, nell’immediato post voto, il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano. Ha deciso la premier.
D’altra parte, il guardasigilli sembra sfibrato anche da una circostanza sostanziale: ha il mandato di Palazzo Chigi a conservare l’incarico, ma non a completare il programma garantista. Tutt’altro. Dal punto di vista dell’azione di governo, via Arenula d’ora in poi dovrà limitarsi agli “affari correnti”: tenere in linea di galleggiamento l’improbabile piano carceri, difeso anche oggi pomeriggio dal ministro nella replica a Magi («900 milioni per 10mila nuovi posti», obiettivo che pare irrealizzabile entro la legislatura). Gran parte del dossier “macchina giudiziaria” è già avviato e non ha bisogno di impulsi: dai concorsi in magistratura alla stabilizzazione dei precari assunti per il Pnrr. Sul piano politico, invece, di lavoro c’è da farne.
Ne ha parlato lunedì e ancora ieri il viceministro Francesco Paolo Sisto: «Va riaperto il dialogo con la magistratura e l’avvocatura». Il numero due di via Arenula ricorda il confronto già ripreso con il presidente del Cnf Francesco Greco. Persino la leader del principale partito d’opposizione, Elly Schlein, evoca una prospettiva dialogante: «Aspettiamo proposte sia dai magistrati che dagli avvocati».
Ma qual è il respiro politico sulla giustizia, per il governo? Minimo. Prossimo allo zero. Si riduce all’ascolto delle eventuali proposte di autoriforma che l’Anm, incoronata “primo partito” dal referendum, vorrà concedere. Sulla legge elettorale per il nuovo Csm, che andrà formato da qui a meno di un anno, e su un più decifrabile sistema per le nomine di procuratori e presidenti di Tribunale. Sarà forse più l’avvocatura a poter mettere sul tavolo soluzioni alternative o comunque complementari a quelle dell’Associazione magistrati. Ma il governo no. Deve rassegnarsi. Deve trattare come un Paese che ha perso la guerra. Ascoltare le condizioni dei vincitori e provare a limitare i danni. Non di più. Senza sognarsi neppure di completare il programma di riforne garantiste targato Carlo Nordio.
In un quadro del genere, la traversata per il guardasigilli sarà dura. Lui stesso ha dichiarato, nell’intervista del “day after” al Corriere della Sera, di non aver intenzione di restare a far politica: «Tornerò ai miei libri, finita la legislatura». Sarà Sisto ad accompagnarlo nella transizione, nel condurre la partita fra politica e toghe per un altro anno. Resta oneroso ma un po’ meno pesante, per il viceministro, gestire la “tregua”, con una priorità: evitare che dopo la “guerra” sulla separazione delle carriere ci siano gli strascichi (in questo caso giudiziari) tipici della fine di un conflitto.
Sisto è il responsabile Giustizia del partito, Forza Italia, che in un eventuale futuro governo di centrodestra (oggi non proprio quotatissimo) chiederebbe di riaprire il dossier riforme. Nello stesso tempo, il motore dell’attività legislativa dev’essere riacceso subito. Ieri i tre capidelegazione del centrosinistra, il citato Gianassi del Pd, Valentina D’Orso del M5S e Devis Dori di Avs, hanno chiesto per iscritto al presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Ciro Maschio (FdI) di sospendere le attività dell’organismo visto che, spiegano, “in questo momento l’Esecutivo”, cioè via Arenula, “non è neppure in grado di esprimere i pareri. Noi abbiamo avanzato disponibilità a discutere innanzitutto sulla riforma dell’ordinamento forense. Ma con un governo così, non si va avanti”.
Serve un chiarimento anche sul nuovo capo di Gabinetto, incarico affidato per ora all’ex vice di Bartolozzi Vittorio Corasaniti, e sulle deleghe dei sottosegretari. Dimessosi Delmastro, oltre al viceministro Sisto resta in carica il sottosegretario leghista Andrea Ostellari. Il quale condivideva con il collega di Fratelli d’Italia le competenze sulla materia penitenziaria. Avrebbe senso che ora i dossier venissero unificati e che lo stesso Dap fosse affidato a Ostellari, a questo punto. Uno dei tanti nodi da sciogliere in tempi brevi, se il centrodestra non vuol definitivamente perdere il bandolo della matassa giustizia.