Lunedì 23 Marzo 2026

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Garantismo addio: in soffitta pure le altre riforme di Nordio

La débacle referendaria è anche la pietra tombale su tutte le leggi d’ispirazione liberale in materia di giustizia. Sfidare i veti delle toghe d’ora in poi sarà impossibile

23 Marzo 2026, 17:59

Carlo Nordio

Che il garantismo non fosse la più popolare delle opzioni politiche era arcinoto. Ma che potesse essere travolto in modo così evidente, non era una previsione scontata. E invece l’esito del referendum sulla separazione delle carriere certifica un’amara verità, amara quanto meno per chi difende i princìpi del diritto penale liberale: nel garantismo gli italiani non credono. E men che mai credono nell’opportunità di rivedere gli equilibri fra politica e magistratura.

Accettano il quadro del rapporto fra i poteri per quello che è, e puniscono la politica non appena tenta di ribaltare lo schema cristallizzato in Italia dai tempi di Mani pulite. È un dato da considerare al netto di fattori che avrebbero dovuto tener più in equilibrio la situazione. Era sì un referendum sulla riforma della magistratura, ma è diventato, inevitabilmente, anche un voto di sostegno o dissenso nei confronti del governo. Va insomma ricordato che una quota degli elettori di centrodestra ha probabilmente scelto il Sì esclusivamente per preservare il governo e la sua leader Giorgia Meloni dagli effetti collaterali di un tonfo referendario. In astratto, l’adesione convinta alla legge Nordio è ancora più debole rispetto al risultato del Sì, staccato di otto lunghezze dal No alla riforma.

E un’analisi del genere non può prescindere dalla vocazione profonda dei partiti. Se lasciamo perdere gli slogan ripetuti per convenienza negli ultimi mesi e proviamo a individuare le forze politiche con una sincera vocazione garantista, ci riduciamo a contare le briciole. Forza Italia, d’accordo. Azione, che però è rimasta fuori dal dibattito. Basta. Devi andarti a cercare le componenti coraggiose, colte ma marginali del Partito democratico. E minoranze interne a Italia viva e +Europa, che già non sono partiti giganteschi.

Se è così, se il panorama politico è in larga parte poco incline a una visione garantista della giustizia, come poteva mai vincere il Sì? La sola possibilità era forse in un disperato tentativo di additare la magistratura come “casta” non meno “colpevole” della politica. Ma nonostante le toghe abbiano sofferto di un pesante discredito, da Palamara in poi, resta un dato chiarissimo: fra le due “caste”, la politica resta comunque più impopolare.

Una sconfitta simile lascia spiragli prossimi allo zero per un’eventuale futura resipiscenza del sistema politico e dell’opinione pubblica. Lo strapotere giudiziario ottiene un sigillo definitivo. Certo, era difficile scongiurarlo, questo timbro popolare, considerato che a chiedere di modificare gli equilibri fra toghe e politica è stata una coalizione capace di infilare un decreto sicurezza dopo l’altro. Con l’invenzione di nuove fattispecie di reato, comprese quelle che arrivano a punire la resistenza passiva o la protesta disperata dei carcerati: scelte che a tutto rimandano fuorché a un’idea liberale di giustizia. Come il centrodestra potesse passare da una politica della sicurezza così restrittiva a un appello per rendere il diritto di difesa pari al potere dell’accusa, è oggettivamente un mistero. Solo la presunta volubilità dell’elettorato poteva lasciare spazio a ipotesi del genere, ma si è trattato appunto di una fragile illusione.

Ora è evidente come il residuo della legislatura lasci pochissimo spazio alle riforme garantiste. Ci sarebbero un paio di provvedimenti in sospeso, per i quali in teoria basterebbe poco, una conferma dopo un esame parlamentare già ampiamente consumato nell’altro ramo del Parlamento: la prescrizione e la legge Zanettin sul sequestro degli smartphone. Ecco: pensare che dopo un così pesante responso delle urne ci sia spazio per misure del genere fa semplicemente sorridere. Un effetto immediato del trionfo che l’Anm ottiene dal referendum è, per esempio, il rafforzarsi della posizione espressa circa due anni fa dai 26 presidenti delle Corti d’appello italiane, contrari alla riforma della prescrizione e comunque uniti nel chiedere che, se pure fosse approvata, non si applichi ai procedimenti penali già in corso all’entrata in vigore della legge.

È chiaro che la débacle elettorale del garantismo e il trionfo dell’Anm rendono troppo forti le posizioni dei magistrati per pensare che il centrodestra approvi misure liberali in materia penale senza uscirne politicamente stritolato. Il no degli elettori è stato fin troppo esplicito. «Un segnale forte e chiaro», come lo ha definito il procuratore di Napoli Nicola Gratteri. Al quale stavolta, è impossibile dar torto.

In un quadro del genere, esce sconfitto anche il ministro, Carlo Nordio, che ha scritto la riforma. Ma sarebbe assurdo pensare che le contraddizioni del centrodestra sulla giustizia si esauriscano negli errori del guardasigilli. A perdere è un’idea che la coalizione di maggioranza non ha saputo difendere. Nordio è certamente scivolato, come la sua capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, in qualche infortunio mediatico. Ma se pure via Arenula avesse condotto una campagna impeccabile, l’elettorato educato a colpi di pene innalzate un mese sì e l’altro pure non si sarebbe espresso in modo sostanzialmente diverso. Il garantismo è in un tunnel senza spiragli di luce. E oggi è impossibile pensare che possa venirne fuori.