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Referendum giustizia

Matone accusa il Csm: «Negli incarichi hanno contato le correnti, non il merito»

L’ex magistrata e deputata della Lega rilancia il Sì al referendum sulla giustizia, denuncia gli accordi correntizi e difende il sorteggio

16 Marzo 2026, 10:47

Matone accusa il Csm: «Negli incarichi hanno contato le correnti, non il merito»

SIMONETTA MATONE POLITICO

Simonetta Matone torna ad attaccare il sistema delle correnti nella magistratura e rilancia il al referendum sulla giustizia, indicando nel Csm uno dei nodi più critici dell’attuale assetto. In un’intervista a La Verità, l’ex magistrata e deputata della Lega sostiene che nelle nomine agli incarichi direttivi il merito sia rimasto troppo spesso sullo sfondo.

«Dico cosa non ho mai visto: venire nominati per merito negli incarichi direttivi. Sono sempre prevalsi gli accordi di corrente», afferma. È una frase che riassume il cuore della sua posizione politica e che si inserisce pienamente nella campagna referendaria del centrodestra sulla riforma della giustizia.

Il racconto personale e il riferimento a Giuliano Vassalli

Nel corso dell’intervista, Matone lega la critica al Csm anche a un episodio che riguarda direttamente la propria carriera. Alla domanda se ritenga di avere subito un torto, risponde ricordando il mancato inserimento nel suo fascicolo delle note di qualifica redatte da Giuliano Vassalli.

«Il Csm rifiutò di inserire nel mio fascicolo le note di qualifica vergate da Giuliano Vassalli», dice. Poi ricorda il contesto: «E io ero a capo della sua segreteria». Secondo quanto racconta, l’ex ministro della Giustizia aveva scritto di lei: «Donna dotata di eccezionale vivacità intellettuale e non comuni doti di comando e organizzative».

Matone sostiene però che quel giudizio non venne valorizzato. «Il Csm sostenne che il parere, nonostante gli elogi, conteneva elementi che non attenevano alla professionalità. Fu una vendetta postuma contro chi aveva lavorato con il più grande giurista del secolo scorso», afferma.

Vassalli e il nodo della separazione delle carriere

L’ex magistrata richiama poi il pensiero di Vassalli anche sul piano dell’ordinamento giudiziario. Ricorda che il suo codice introdusse il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio e sottolinea come lo stesso Vassalli considerasse quella riforma un segno di civiltà.

Ma, aggiunge Matone, mancava un tassello decisivo. «Vassalli lo definiva un segno di civiltà, ma a noi collaboratori ripeteva che mancava un tassello: la separazione delle carriere. Era indispensabile anche allora, ma non si riuscì a fare per l’opposizione della magistratura».

“Il dibattito è finito nel fango”

Sul clima della campagna referendaria, Matone sostiene che il centrodestra avesse inizialmente puntato su un confronto civile. «Nel centrodestra c'eravamo dati una regola: doveva essere un dibattito civile. Si è trasformato in una lotta nel fango. E non certo per nostra volontà», afferma.

Un passaggio riguarda anche il caso del fuorionda e le polemiche nate attorno ad alcune dichiarazioni del ministro. «Sono stata fraintesa. Mi riferivo solo a certe affermazioni sul Csm, forse poco opportune. La forma, certe volte, diventa sostanza», spiega. Poi aggiunge una presa di distanza da ogni lettura polemica verso il Guardasigilli: «Peraltro, io sono un’ammiratrice del ministro. Lo stimo moltissimo. Nutro per lui sincero affetto».

Il sorteggio come punto più temuto

Nell’intervista, Matone individua nel sorteggio il vero punto di frizione per la magistratura associata. «La separazione delle carriere non importa a nessuno», dice, mentre i magistrati, a suo giudizio, «sono terrorizzati dal sorteggio: stravolgerebbe gli equilibri».

Per l’ex magistrata è proprio questo il meccanismo destinato a spezzare i rapporti consolidati tra elettori ed eletti e a indebolire le logiche correntizie. «Il sorteggio scardina ogni accordo», sostiene.

“Non ci saranno passanti, ma magistrati che hanno vinto il concorso”

Matone prova anche a rispondere a una delle obiezioni più ricorrenti contro il sorteggio, cioè quella di affidare incarichi delicati a persone scelte in modo casuale. «Ma non esistono magistrati di serie A e di serie B», afferma.

Poi aggiunge: «Se vince il Sì, dovranno rassegnarsi alla scelta casuale tra persone che hanno vinto il concorso. Non certo dei passanti». È il modo con cui difende il principio della selezione casuale all’interno di un perimetro comunque composto da soggetti già ritenuti idonei.

Il messaggio finale agli elettori

Nel finale dell’intervista, Matone prova a tradurre il referendum in una promessa comprensibile anche per chi è esterno al mondo giudiziario. «Se vince il Sì la gente comune avrà una certezza: chi deciderà le loro sorti verrà scelto per competenza e non per amichettismo», dice.