Quasi mille persone l’anno, in media, finiscono in carcere da innocenti. Per l’esattezza, dal 1991 al 31 ottobre 2025 le vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari sono state 32.484 (dati errorigiudiziari.com). E prima di quella data non abbiamo statistiche. Che poi sono numeri, dietro le quali ci sono le storie.
Prendiamone una: Lelio Luttazzi – musicista, direttore d’orchestra, attore, scrittore, volto noto della tv – sbattuto in galera per 27 giorni a causa di un clamoroso abbaglio. Una telefonata «stronzissima» (il copyright è suo) che gli ha cambiato la vita, in una giornata del maggio 1970 che è rimasta impressa anche nella mente di chi non l’ha vissuta, come sua moglie Rossana Luttazzi. «Gli agenti - racconta - sono arrivati a casa sua di prima mattina e hanno guardato dappertutto, persino nella cassetta dello scarico dell’acqua, in bagno. Senza trovare nulla. Non gli hanno messo le manette, bontà loro, ma l’hanno portato prima in via in Selci, in caserma, e poi a Rebibbia. Da lì è stato trasferito a Regina Coeli, buttato in una cella di isolamento con il buiolo. E per almeno dieci giorni non ha potuto incontrare il suo avvocato, né sapere perché fosse lì».
Rossana avrebbe incontrato Lelio solo cinque anni più tardi, nel 1975, ma non fatica a immaginarsi l’angoscia. E a ricordare insieme a noi, sbottando qua e là: «Una cosa del genere ti può anche far perdere la testa, non trovi?». Lelio non la perse, rimase lucido e brillante. Ma la rabbia, quella sì, non gli passò mai. «Ogni tanto tornavano le nuvole nere, i ricordi. E poi gli incubi, la notte, per tutta la vita». Se riuscì a superare quei 27 giorni fu anche grazie a un gesto gentile, di quelli che spiccano nella disperazione, da parte di un agente penitenziario che acconsentì di portargli qualche foglio e una penna.
Lelio li usò per scrivere un diario che sarebbe diventato il suo romanzo, Operazione Montecristo. Un giorno dietro l’altro, fino a quando le porte della cella finalmente si riaprirono: abbiamo scherzato, vada pure, c’è stato un equivoco. Ma come era potuto accadere? «Lelio andò in galera per un’intercettazione telefonica. Una mattina lo chiamò Walter Chiari, che si trovava all’hotel Baglioni di Bologna. Rispose la governante, Maria, che prese il messaggio. Scrisse con l’inchiostro verde su un foglio: “Dica al maestro, quando si sveglia, di chiamare questo numero e a chi risponde gli dica che ho bisogno di parlargli. Io non riesco a chiamarlo, se per favore può farlo lui da Roma”». Lelio Luttazzi chiamò, e fu la sua rovina.
I magistrati si convinsero che aveva partecipato al traffico di stupefacenti in concorso con Chiari. E vagliela a togliere quell’idea dalla testa: non solo all’accusa formale, ma pure a quella dell’opinione pubblica. Che come sempre, in Italia, già emette un verdetto. Anche quando l’errore, mai come allora, sembrava ovvio.
Perciò Lelio Luttazzi rimase arrabbiato. «Sempre elegante, ma incazzato nero». Pure quando spiegò le sue ragioni ad Enzo Biagi, il quale sottolineava che l’equivoco era ormai stato chiarito. Chi poteva ancora dubitare? «Tutti sanno cosa è successo», fa il giornalista. «No - replica l’intervistato -, anche di un fratello si può dubitare». E questa restava la ferita più grande per l’innocente infangato, vittima - diceva lui - di un «tragicomico sketch».
Fu così che per Lelio Luttazzi il palco della Rai e dello spettacolo tutto si trasformò in un sogno lontano. Gli amici, quelli no, non lo abbandonarono. Registi come Francesco Rosi e Lina Wertmüller lottarono al suo fianco. Ma pure loro si rendevano conto che qualcosa, dentro di lui, era cambiato. C’era la vita prima e dopo «l’anno zero», come lo chiamava lui. O del «sequestro di Stato», come invece lo chiamava il magistrato Santino Mirabella.
Si ritornava sempre ai quei 27 giorni in carcere, di cui nessuno avrebbe potuto scrivere meglio di Lelio Luttazzi, che infatti scriveva così: «Puttana Eva, non riesco ad addormentarmi. Stavo pensando: a parte la mostruosità italiota di una legge che permette a un inquisitore di compiere tutte le sue strampalate indagini, mentre un ipotetico innocente sta in galera; a parte la borbonicità di questo carcere, di questa cella, di queste mura, sono certo che il P.M., se avesse voluto, avrebbe potuto ordinare alle Autorità Carcerarie di offrirmi una sistemazione meno punitiva di questa, sempre rispettando le regole dell’isolamento. Ma non l’ha fatto. E nessuno mi toglie dalla testa che, in certi casi, un Accusatore rimane condizionato da una deviazione professionale che lo trasforma, con l’andar del tempo, in un persecutore. E, se è vero che io sto superando questa prova con la britannica disinvoltura di un personaggio di Wodehouse, se è vero che tutto ciò fa parte di un ben più vasto Disegno Cosmico, è anche vero che ogni minuto in più vissuto da me in cattività rappresenta un vero e proprio delitto che la Repubblica Italiana, per mano di Servi che andrebbero gettati alle murene, sta – e non mi sazierò mai di proclamarlo – perpetrando nei miei confronti. Mi rendo conto di annoiarvi con queste mie sterili recriminazioni, ma vi prego di mettervi un po’ nei miei panni. Solo se farete così, solo se vi immedesimerete in questo povero diavolo che non è né migliore, né peggiore di voi; solo se vi convincerete che io scrivo non solo per sfogarmi, ma anche per denunciare un Sistema nel quale mi adagiavo, beato e fiducioso, come forse fate voi; insomma, solo se mi concederete un po’ della vostra pazienza e del vostro affetto, questa mia modesta fatica non sarà vana».
La modesta fatica era il suo libro, da cui Alberto Sordi trasse ispirazione per il suo Detenuto in attesa di giudizio del 1971. Poi ci fu il film, L’illazione, che Luttazzi avrebbe voluto tenere dentro il cassetto. Fu Rossana ad insistere, dopo aver scovato una vecchia “pizza” che sottopose anche a Veltroni, prima di organizzarne il debutto alla Festa del cinema di Roma. «Lelio era umile come lo sono i grandi, di un’umiltà che nel suo caso diventata addirittura autodistruzione». Era un perfezionista, un artista pieno di sfumature e talenti. «Aveva due grandi amori: il cinema e la letteratura». Ma più di tutto era un musicista.
Orfano di padre, con una madre irredentista, era nato e cresciuto a Trieste, nel crocevia di quella cultura che era stata la stessa di Italo Svevo. Amava George Gershwin e Cole Porter, «ascoltò Armstrong già a 13 anni». Liberale di sinistra, «ma di una sinistra non becera», nel 1986 si era iscritto al Partito radicale di Pannella insieme a Dario Argento, Ugo Tognazzi e gli altri.
«Pessimo spettatore del protagonismo altrui», alla vita mondava preferiva le serate in casa, con gli amici, a fare le jam session. «Era un uomo di un vigore intellettuale e di una cultura incredibile, sapeva sempre tutto», ripete ancora Rossana. Eppure per tutti, sui giornali, era diventato l’uomo famoso messo in galera. Persino per Enzo Tortora, che poi seppe chiedere scusa, quando capì di aver scritto una «cattiva lettera» che fu pubblicata dopo l’arresto.
Quando toccò a lui, a Tortora, Luttazzi seppe capire il dolore. E volle andare a trovarlo nei suoi ultimi giorni. Le cose della vita ormai si erano rimesse a posto. C’era stato il ritorno in tv e tra la gente, in piazza, a fare musica. Ma la giustizia malata gli era rimasta come spina nel cuore. Tanto che Rossana ora può dire senza un po’ d’ombra negli occhi: «È da allora che Lelio aspetta la separazione delle carriere e la responsabilità civile del giudice. Di certo oggi voterebbe sì al referendum…».