Se si vuole conoscere la vera storia di Enzo Tortora allora bisogna leggere la biografia scritta dal giornalista Vittorio Pezzuto, “Applausi e sputi”, che oggi è tornata in libreria con Piemme. Una nuova edizione che arriva in tandem con “Portobello”, la serie tv in sei puntate firmata da Marco Bellocchio che sarà disponibile dal 20 febbraio su HBO max.
Pezzuto ci ha messo le fondamenta: «l’hardware», per dirla con il giornalista, che della serie è stato consulente storico. Ma «il software» è del regista, che ci ha aggiunto la sua visione. Meglio: la sua interpretazione. Quella di cui tutti già chiacchierano, un po’ bene un po’ male, più male che bene nel caso di Giuliano Ferrara. Il quale, sul Foglio del 12 febbraio, scrive più o meno così: ridurre il caso Tortora a un dramma privato significa cancellare «l’esistenza reale di un uomo». «Ammazzarlo» di nuovo, letteralmente. Tanto da dover apporre al termine di ogni puntata, dice Ferrara, la solita avvertenza che si tratta di un’opera di finzione.
Insomma, la verità sulla giustizia italiana e l’errore giudiziario di Tortora, per non dire «orrore» – come dice Francesca Scopelliti – va trovata altrove. Ma sarà d’accordo pure Pezzuto? «Assolutamente», dice al Dubbio. «Tortora non è stato un caso isolato, negli ultimi 40 anni migliaia di Enzo Tortora non conosciuti sono stati arrestati e buttati in galera, poi riconosciuti innocenti. E dico ancora di più: paradossalmente Tortora è stato fortunato, perché se fosse stato arrestato oggi la situazione sarebbe stata ancora più grave. Non avrebbe avuto con sé Marco Pannella, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, sarebbe stato immediatamente linciato dalla pubblica piazza dei social. Magari con Marco Travaglio che all’indomani della condanna in primo grado avrebbe iniziato a chiamarlo “camorrista”, e forse pure dopo l’assoluzione…».
Ora, per chi non avesse letto i giornali negli ultimi giorni, la polemica nasce dopo la conferenza stampa di lunedì scorso, quando Marco Bellocchio – un po’ irritato – ha risposto alle domande di chi accostava l’uscita della serie, che trae il nome dalla celebre trasmissione di Tortora, al referendum sulla giustizia del prossimo marzo. «Portobello non c’entra nulla con il referendum», dice il regista. E ha pure ragione, commenta Pezzuto. Ma c’è un però.
«La serie non è nata con quell’intenzione, la sua uscita in prossimità della consultazione è una coincidenza temporale – spiega il giornalista -. Ma il caso Tortora, quello sì, ha a che fare con la riforma». Perché quello del conduttore tv, sottolinea Pezzuto, «non è stato un caso umano». «Tortora non è un cittadino, sia pure straordinariamente noto, colpito una mattina dall’asteroide della giustizia e che ha vissuto un unicum nella storia italiana. Tortora si è reso conto, grazie alla sua tragedia, di che cos’era e purtroppo di che cos’è ancora la giustizia italiana. E ha avuto la straordinaria capacità di trasformare se stesso, insieme al Partito Radicale, a Marco Pannella e ad altri, nel motore di una grandissima battaglia politica». Quella culminata con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati del 1987, che incassò il larghissimo consenso dei cittadini.
Fu l’ultimo atto di Enzo Tortora, che morì poco dopo, quando la malattia gli scoppiò dentro come quella «bomba al cobalto» di cui parlò al momento dell’arresto. «Ha lottato fino all’ultimo – ricorda Pezzuto -, è stato un grande leader politico, è stato il Presidente del Partito Radicale, e prima ancora deputato europeo. Un incarico che lasciò all’indomani della condanna in primo grado». Dieci anni di carcere per associazione camorristica e traffico di droga, secondo la sentenza del Tribunale di Napoli. Che fu poi sbriciolata in appello, nel 1986, grazie alla relazione del giudice Michele Morello, che spianò la strada per l’assoluzione resa definitiva dalla Cassazione l’anno seguente.
Il torto giudiziario era stato riparato, ma restava l’infamia della gogna, del processo mediatico celebrato sui giornali che avevano sbattuto il colpevole eccellente in prima pagina. Perché a Tortora «non si perdonava il successo», ed era pure “antipatico”. Si diceva: qualcosa avrà fatto. Tipo sniffare cocaina, come sembra suggerire una delle prime scene di Bellocchio, che forse si chiariranno meglio dopo – osserva Pezzuto: perché Tortora neanche fumava, ma «fiutava tabacco».
Le dicerie, le accuse false, furono tante. «Il giorno dell’arresto tanti scrissero cose ributtanti, ho dovuto rovesciare la pattumiera di quei giorni nel mio libro», ricorda ancora l’autore. Al quale chiediamo quale fu il rimedio per quella ferita inguaribile. Quale lezione per l’Italia, dalla battaglia di Tortora? «I nostri anticorpi sono praticamente scomparsi – dice Pezzuto -. dimostriamo con i nostri comportamenti, con i nostri riflessi, di non avere assolutamente imparato nulla». Né abbiamo tratto beneficio dalla riforma sulla responsabilità dei magistrati, che fu «tradita» dal Parlamento.
Certo, dopo il caso Tortora, arrivò il Codice Vassalli che introdusse il modello accusatorio. «Ma la riforma che oggi chiediamo di approvare, e speriamo che venga approvata, in realtà va a completare quella riforma: una riforma di sinistra, assolutamente di sinistra, che sull’onda del caso Tortora voleva equiparare l’accusa e la difesa di fronte al giudice».
I mali della giustizia, però, non finiscono qui. Ci sarebbe da discutere anche sulle carriere dei magistrati, per esempio ricordando come andò per i sostituti procuratori del caso Tortora, Lucio di Pietro e Felice di Persia. «Non siamo pazzi, non vogliamo essere screditati», dissero. E furono accontentati, nota Pezzuto, al punto da fare la carriera che invece non fece Morello, il quale «pagò l’ostilità manifesta della categoria». Tuttora, con il Csm di oggi, le cose vanno più o meno così, ragiona il giornalista. Il quale vuole ricordare almeno altri due Tortora.
Quello che precede l’arresto, il conduttore geniale, liberale, che seppe innovare la tv vincendo le resistenze dall’ambiente. E il Tortora che seppe riconoscere il suo errore sul caso di Lelio Luttazzi, arrestato per un giro di cocaina, quando ricordò che aveva sbagliato, da giornalista, a scrivere parole che potevano suonare come sentenza. Un vero gesto di redenzione, il suo, che invece noi non siamo ancora in grado di compiere.