Mercoledì 11 Febbraio 2026

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«Un atto d’amore, ma non un santino». Ecco il Tortora di Marco Bellocchio

Arriva “Portobello”, la nuova serie disponibile dal 20 febbraio su HBO che racconta il dramma giudiziario del celebre conduttore tv

11 Febbraio 2026, 18:32

«Un atto d’amore, ma non un santino». Ecco il Tortora di Marco Bellocchio

Se chiedete a Marco Bellocchio perché Tortora, vi dirà: «Per amore». Queste le sue parole all’anteprima romana di Portobello, la serie tv in sei puntate che riporta sullo schermo la notte nera della giustizia italiana. Dall’autore dei “sogni” questa volta arriva l’incubo. La parabola della caduta, il buco nero che può inghiottire chiunque, il manifesto del processo mediatico. E, prima di ogni cosa, il dramma di un uomo.

«Si fanno le cose per amore, per passione», scandisce il regista in una sala gremita, persino di lunedì sera. Ma nessuno, da Bellocchio, si aspetta il “santino”. L’Enzo Tortora di Fabrizio Gifuni è “antipatico”, quasi severo. Ma non per questo colpevole. E qui sta il vero atto d’amore, che in qualche modo realizza anche l’auspicio di Francesca Scopelliti, che di Tortora è stata compagna di vita e di lotta.

«Io avrei voluto che il suo caso si analizzasse come un corpo sul tavolo dell’autopsia giudiziaria per capire quali erano state le cause e come si poteva rimediare», ci aveva confessato Francesca. E Bellocchio ora tenta qualcosa di simile, senza alcuna pretesa di farne uno spot politico sulla giustizia. Tutto il contrario, a giudicare dall’irritazione con cui il regista ha replicato in conferenza stampa alle domande di chi accostava l’uscita della serie, disponibile dal 20 febbraio sulla nuova piattaforma HBO max, al prossimo referendum di marzo.

«La serie Portobello non c’entra nulla. L’abbiamo fatta prima», precisa il regista. E anche per la data d’uscita c’è una spiegazione: coincide con il 20 febbraio 1987, quando Tortora tornò in scena in Rai pronunciando la celebre frase “Dove eravamo rimasti...”. Dunque, spiega Bellocchio, «non è stata una scelta in nome di una battaglia civile». Tutto parte dall’immagine «di un uomo che esce in manette da una caserma. Un uomo stupito. Perché tanti giornalisti? Perché tanti fotografi? Perché la Rai? In poche ore la regia di questa grande messa in scena stava già funzionando. Mi ha colpito lui che si domandava: perché sono qua? Un incubo che dura a lungo, che diventa angoscia perché non c’è risveglio». Neanche a più di quarant’anni di distanza da quel 17 giugno 1983, il giorno dell’arresto all’hotel Plaza di Roma, in piena notte, della passerella di Tortora a favore di telecamere, dalla caserma alla cella con gli schiavettoni ai polsi: un’immagine che entrò nelle tv di tutti gli italiani, compresi quei 28 milioni di spettatori che fino a qualche ora prima aspettavano con ansia il mercatino del venerdì.

Di quel mondo gli italiani perdono traccia. D’un colpo Portobello sparisce, con i suoi lustrini e il pappagallo che nessuno riesce a far parlare. Sparisce il conduttore campione di ascolti, il presentatore elegante. E resta spazio solo per i “sospetti”, le favole dei pentiti, che nelle mani della procura di Napoli sono già accuse solide. «Prove schiaccianti», eppure del tutto false, come dimostrerà la sentenza di assoluzione del 1986, quando la Corte d’appello sbriciolò la condanna a 10 anni emessa in primo grado.

L’accusa infamante di associazione camorristica e traffico di droga si dimostra per quello che è: l’errore più clamoroso della nostra storia recente. Perché Enzo Tortora con quella maxi retata che puntava a smantellare la Nco di Raffele Cutolo non aveva niente a che fare, anche se il suo volto era diventato copertina d’inchiesta. La sua innocenza sembrava ovvia a tutti, meno che ai magistrati e a un bel pezzo di stampa. Forse perché Tortora il liberare, l’uomo di successo che non stava né con la Dc né con il Pci, era il sacrificio necessario, il bersaglio perfetto.

Lo suggerisce Bellocchio, che sulle note di una tarantella allegra e tetra mette in scena l’assurdo. La caparbietà di chi sbaglia, lo smarrimento di chi ne è vittima. E ancora, lo sgomento dell’avvocato Raffaele della Valle, che - costretto a “comprare” gli atti in edicola - avvisa il suo assistito: ciò che per noi è evidente, non lo è affatto per loro.

Il “malinteso”, per così dire, è qualcosa di più. Un fatto ancora inspiegabile, che Bellocchio non cerca di interpretare, ma di sbatterci in faccia in tutta la sua crudezza. Mentre qualcuno, lasciando la sala romana al termine della proiezione, sussurra: «Ma tu ci pensi, se ti accadesse qualcosa del genere?»…