Il caso
La Procura di Roma ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a Giusi Bartolozzi, Capo di gabinetto del Ministero della Giustizia. Un atto che cristallizza un’ipotesi di reato delicatissima, soprattutto per il ruolo istituzionale ricoperto e per la carriera di magistrato (attualmente fuori ruolo) dell’indagata: false informazioni al pubblico ministero, ai sensi dell’articolo 371 bis del codice penale. Secondo i pubblici ministeri Giulia Guccione e Barbara Trotta, sotto il coordinamento del procuratore capo Francesco Lo Voi, Bartolozzi avrebbe fornito una ricostruzione «inattendibile e mendace» nell’ambito delle audizioni davanti al Tribunale dei Ministri riguardanti il cosiddetto “caso Almasri”. La notizia è stata diffusa dalla stessa Bartolozzi, che attraverso una nota ufficiale sui è detta «assolutamente serena, e senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilità». Una dichiarazione che intende blindare l’operatività di via Arenula nonostante il terremoto giudiziario.
Per comprendere la gravità delle contestazioni, occorre fare un passo indietro fino al gennaio 2025. Il protagonista è Osama Almasri, generale libico accusato dalla Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aia di crimini di guerra e contro l’umanità. Almasri viene arrestato in un albergo di Torino il 19 gennaio. Tuttavia, la sua permanenza nelle carceri italiane dura appena 48 ore. Il 21 gennaio, la Corte d’Appello di Roma non convalida l’arresto, definendolo «irrituale» in quanto eseguito senza le necessarie interlocuzioni con il Guardasigilli, unico titolare dei rapporti con la Cpi. Almasri viene immediatamente liberato e, lo stesso giorno, rimpatriato in Libia con un volo speciale dei servizi segreti.
Bartolozzi ha sempre rivendicato la correttezza dell’azione ministeriale: «Da quando abbiamo ricevuto le carte della Corte penale internazionale a quando è stato scarcerato Almasri sono passate solo 24 ore. Non c’è stato alcun ritardo. Abbiamo seguito le procedure in maniera corretta», ha ribadito più volte. Tuttavia, per il Tribunale dei Ministri, quella velocità fu una precisa scelta politica volta a evitare crisi diplomatiche o ritorsioni contro gli interessi italiani a Tripoli.
Il punto di rottura tra la versione del Capo di gabinetto e quella dei magistrati risiede nella gestione delle informazioni interne a via Arenula in quelle ore frenetiche. Il Tribunale dei ministri ha definito la versione di Bartolozzi «intrinsecamente contraddittoria, laddove affermava, da un lato, che, non appena avuto notizia dell’arresto, ne aveva informato il ministro. Parimenti, subito dopo la prima riunione su Signal del 19 gennaio, lo aveva richiamato; che, in generale, si sentiva con lui quaranta volte al giorno (...) tuttavia, non aveva ritenuto opportuno sottoporgli la bozza predisposta dall’ufficio».
Si tratta di una bozza tecnica, preparata dagli uffici del ministero per rispondere alla Corte d’Appello e convalidare il fermo di Almasri. Secondo l’accusa, Bartolozzi avrebbe scientemente evitato di mostrare quel documento a Carlo Nordio. I magistrati scrivono che «è logicamente insostenibile che (Bartolozzi, ndr) si sia arrogata il diritto di sottrarre al ministro - che le aveva prospettato la necessità di studiare le carte - un elemento tecnico da valutare e tenere in considerazione ai fini della decisione da assumere; perché, così facendo, sarebbe venuta meno agli obblighi inerenti l’incarico assunto, avrebbe derogato alla prassi costantemente seguita di informare il ministro di ogni cosa e, ancora, perché la bozza era stata redatta da Lucchini (funzionaria del ministero, ndr), collega di cui riconosceva l’alta professionalità e di cui dichiarava, peraltro, di aver condiviso l’interpretazione giuridica offerta».
Il ministro della Giustizia ha reagito immediatamente, facendo scudo attorno alla sua collaboratrice più stretta. Nordio ha ribadito la «massima e incondizionata fiducia sull’operato» di Bartolozzi, aggiungendo una «umana vicinanza rispetto ad una iniziativa sulla cui tempistica rimango perplesso». La perplessità del Guardasigilli si riferisce a due cose. Da un lato l’appuntamento alle urne per il referendum sulla separazione delle carriere. Dall’altro quello del 4 marzo, quando è prevista la riunione dell’Ufficio di Presidenza di Montecitorio sull’attivazione del conflitto di attribuzione nei confronti della procura.
La tesi della maggioranza è che il reato contestato a Bartolozzi sia «teleologicamente connesso» ai reati contestati a Nordio, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano (per i quali la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere). Secondo il deputato di FdI Dario Iaia, relatore della richiesta in Giunta, non trasmettere gli atti alla Camera anche per la posizione di Bartolozzi significa «svuotare di significato il principio di unitarietà del giudizio funzionale, aprendo la strada a elusioni della tutela costituzionale attraverso contestazioni meramente strumentali di reati satellite». In altre parole, il sospetto del governo è che si voglia processare per via ordinaria il Capo di gabinetto per colpire, indirettamente, l’azione politica dei ministri protetti dalle guarentigie costituzionali.
Il caso è diventato immediatamente benzina sul fuoco del dibattito sulla giustizia. Il centrodestra ha colto l’occasione per rilanciare la separazione delle carriere e il referendum costituzionale, leggendo nell’atto della procura, a sei mesi dall’iscrizione sul registro degli indagati, un tentativo di interferenza. Di tutt’altro avviso le opposizioni. Il Movimento 5 Stelle ha duramente attaccato il Guardasigilli: «Se non fosse ancora chiaro qual è l’obiettivo della riforma costituzionale del ministro Nordio, il suo commento sulla vicenda giudiziaria del suo capo di gabinetto Bartolozzi è una ulteriore spiegazione: Nordio e tutto il suo governo non tollerano che la magistratura eserciti il controllo di legalità su tutti, senza distinzione tra cittadini comuni e esponenti del potere. La riforma serve a fare in modo che la politica possa legare le mani al potere giudiziario».
Sulla stessa linea Federico Gianassi (Pd), che vede nelle parole di Nordio un «grave attacco e tentativo di ingerenza». Per il capogruppo dem in Commissione Giustizia alla Camera, dirsi perplessi sui tempi significa «mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza di chi è chiamato ad applicare la legge, significa adombrare malafede da parte dei magistrati. I giudici devono essere liberi e autonomi dal potere politico e il governo non può pretendere che sia altrimenti. Anche per questo votiamo No».
Mentre la politica si divide, resta il dato giudiziario: la chiusura delle indagini apre la strada alla richiesta di rinvio a giudizio. Il che rischia di complicare la vita a via Arenula.