Il caso
«Dopo un esame approfondito, la Corte afferma che, allo stato attuale del procedimento, le irregolarità invocate non giustificano né la nullità né l'irricevibilità dell'azione penale». Non è una promozione a pieni voti sulla solidità dell’indagine, ma la constatazione tecnica che le gravi crepe denunciate dalle difese non hanno ancora la forza giuridica per far crollare l’intero castello accusatorio. È questa la sintesi della decisione della Chambre des mises en accusation di Bruxelles, che ha respinto le richieste degli indagati del cosiddetto “Qatargate”, il presunto scandalo di corruzione nel cuore del Parlamento europeo, di dichiarare irregolare l’indagine. Una regolarità per difetto di prova, dunque, non per assenza di criticità. Le indagini preliminari potranno proseguire, a oltre tre anni dagli arresti del 9 dicembre 2022, ma il percorso resta minato da dubbi che la Corte ha preferito rinviare al dibattimento piuttosto che risolvere in questa sede.
Nelle 113 pagine che motivano la decisione, la Camera si muove entro i confini rigorosi dell’articolo 235 bis del Codice di procedura penale belga. Tale norma le attribuisce un controllo limitato alla legalità formale degli atti istruttori e al rispetto dei diritti fondamentali della difesa, senza entrare nel merito della colpevolezza o della credibilità delle prove. In questo quadro, la giurisprudenza belga richiede che l’irregolarità sia provata, grave e causalmente rilevante per determinare l’esclusione delle prove o la nullità dell’istruttoria. Ma la sensazione, leggendo il provvedimento, è che sfilando uno solo degli elementi cardine, l'intera struttura rischi il collasso.
Uno dei punti di maggiore tensione riguarda la registrazione raccolta da Francesco Giorgi, ex assistente parlamentare del “pentito” Pier Antonio Panzeri. Il 6 maggio 2023, Giorgi registrò l’ispettore Ceferino Alvarez-Rodriguez, figura chiave dell’inchiesta, mentre rendeva dichiarazioni che sembravano smentire lo stesso Panzeri e l’impianto accusatorio della Procura federale. Per i giudici, però, non solo Alvarez avrebbe parlato a titolo personale, ma non ci sarebbe certezza sulla veridicità dell’audio. Si tratta di un passaggio controverso: la Procura aveva inizialmente ipotizzato che il file fosse stato manipolato con l’intelligenza artificiale. Tuttavia, lo stesso Alvarez, in un altro procedimento volto a bloccarne la pubblicazione sulla testata Sudinfo, ne ha praticamente certificato l’originalità per via giudiziaria, mettendo in imbarazzo i magistrati. Nonostante ciò, la Camera d’accusa ha preferito escludere l’audio, nonché i documenti relativi all’indagine parallela sulle fughe di notizie per tutelare la presunzione di innocenza degli investigatori indagati, considerandoli “terzi” rispetto al processo principale.
Il ruolo di Pier Antonio Panzeri resta il pilastro più fragile. In Belgio, il ricorso alla figura del “pentito” è ammesso quando gli elementi a disposizione non consentono di comporre un quadro probatorio solido. Il suo pentimento, dunque, sembra confermare proprio la fragilità degli elementi a disposizione. Le difese hanno sollevato dubbi pesanti sulla regolarità della sua assistenza legale e sulla libertà della sua scelta negoziale. I giudici hanno ammesso l’esistenza di elementi atipici nella gestione della difesa di Panzeri, ma hanno concluso che, allo stato attuale, non ci sono prove sufficienti di coercizione tali da compromettere la validità delle sue dichiarazioni. La Camera ha dunque evitato di qualificare le anomalie come violazioni strutturali, rinviando ogni valutazione definitiva alla fase del processo nel merito.
Allo stesso modo, è stata respinta l'obiezione sulla nomina e l’imparzialità del primo giudice istruttore, Michel Claise, che lasciò l’inchiesta per il legame tra suo figlio e quello di Maria Arena. Per i giudici, qualora vi fosse stato un favoritismo nei confronti di Arena (inizialmente tenuta fuori dall’indagine e poi iscritta insieme agli altri), ciò non implicherebbe un atteggiamento parziale nei confronti degli altri indagati.
Centrale è il coinvolgimento dei servizi di intelligence belgi (Vsse). La difesa sostiene che l’azione del Vsse abbia interferito con l’immunità parlamentare, aggirandola sistematicamente. La Camera d’accusa ha però sposato una lettura restrittiva delle garanzie parlamentari: nel mirino dei servizi non c’erano gli eurodeputati, ma soggetti non istituzionali. L’ascolto dei parlamentari sarebbe stato dunque un effetto incidentale, legittimo secondo il diritto belga. Nel diritto italiano, tale scenario avrebbe imposto l’interruzione immediata degli ascolti e la richiesta di autorizzazione alla Camera di appartenenza. Qui, invece, il materiale è finito direttamente nelle mani della Procura, che ha continuato a usufruire del supporto dei servizi (il cui raggio d’azione è quasi illimitato) anche dopo l’avvio dell’azione giudiziaria.
Sven Mary e Christophe Marchand, difensori dell’ex vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, hanno accolto la decisione con rispetto e indignazione: «Tale decisione avrà l’effetto di prolungare un procedimento che ha già sollevato interrogativi seri e legittimi circa il funzionamento della giustizia belga. È particolarmente deplorevole che gli elementi sostanziali e rivelatori, formalmente presentati a dicembre, non siano stati esaminati in questa sede, nonostante la loro pertinenza rispetto all'imparzialità del processo».
La difesa punta ora sui fronti esterni: l’istruttoria italiana per calunnia contro Panzeri (insieme ai procedimenti gemmati dal Qatargate e già archiviati) e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata a pronunciarsi sui rischi di «coordinamento e pre-orchestrazione» dell’inchiesta. Resta l’amarezza per il rifiuto delle udienze pubbliche, negate «per garantire la corretta amministrazione della giustizia». Per i legali si tratta di una scelta illogica: «In vicende di tale portata istituzionale e politica, la trasparenza costituisce una garanzia essenziale per la fiducia del pubblico verso la giustizia. Eva Kaili ribadisce la propria innocenza ed è determinata a dimostrare l'assenza di qualsiasi reato a suo carico».
La decisione della Camera d’accusa non chiude dunque il dibattito, ma lo sposta in avanti, lasciando irrisolti i dubbi sulla genesi di un’inchiesta ferma allo stallo iniziale da tre anni, nata all’ombra dell’intelligence e proseguita tra fughe di notizie e sospetti di parzialità.