Polemiche roventi
Il tribunale di Palermo
Una sentenza può piacere o non piacere, può essere condivisa o contestata. Ma trasformarla in un bersaglio politico, senza nemmeno entrare nel merito delle motivazioni, significa varcare una linea che con il diritto di critica non ha nulla a che vedere. È questo il senso dell’intervento del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, dopo la decisione che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia e la Prefettura di Agrigento a risarcire la Ong tedesca Sea Watch per i danni patrimoniali legati al fermo amministrativo della nave Sea Watch 3 a Lampedusa nel 2019.
Morosini rivendica il metodo e il perimetro istituzionale della decisione: «La sentenza del Tribunale di Palermo è stata emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti. Come ogni decisione è impugnabile. Denigrare i giudici per una sentenza non condivisa o non gradita, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino».
Il punto, nella sua lettura, non è sottrarre le sentenze al dissenso, ma difendere il confine tra critica e delegittimazione: il dissenso si esercita con gli strumenti previsti dall’ordinamento, a partire dall’impugnazione.
La sentenza riguarda il fermo amministrativo della Sea Watch 3 avvenuto a Lampedusa, dal 12 luglio al 19 dicembre 2019. I giudici hanno riconosciuto a Sea Watch le spese documentate (circa 76mila euro) e ulteriori 14mila euro per spese di giudizio, legate ai danni patrimoniali subiti durante il blocco.
È l’ennesima coda giudiziaria di una vicenda che, nell’estate 2019, ebbe un impatto enorme sul dibattito pubblico e politico sui soccorsi in mare e sulle regole di ingresso nei porti italiani.
Le critiche più dure arrivano dall’area di governo. Maurizio Lupi (Noi Moderati) definisce la decisione «un invito alla disobbedienza e ad infrangere le leggi dello Stato», sostenendo che proprio questo aspetto alimenti perplessità.
Il sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni, in un’intervista, parla di «cortocircuito del sistema», contestando l’idea che «alla fine siano i cittadini a risarcire» l’organizzazione. Rivendica inoltre la linea di fermezza su fermi, multe e confische nei confronti delle Ong che violano la legge, e critica quella che definisce un’impostazione “ideologica” di una parte della magistratura.
Sulla stessa scia anche il deputato leghista Fabrizio Cecchetti, che parla di «decisione assurda e inaccettabile» e di «messaggio devastante» sul piano dell’autorità dello Stato e della credibilità delle istituzioni.