La contraddizione c’è, è ovvia, innegabile: l’Anm controlla le carriere dei magistrati ma i cittadini non possono conoscere il nome dei magistrati iscritti all’Anm. Ogni carica di peso, dai posti di procuratore alle presidenze dei Tribunali, è attribuita in base a un rigoroso equilibrio fra le correnti. È così anche per gli “aspiranti capi” che sono formalmente senza tessera ma culturalmente affini a un certo gruppo associativo: la scacchiera delle nomine non è mai ordinata a caso. Tutto secondo le regole di uno specialissimo Cencelli togato.
Eppure, in virtù degli «obblighi dovuti alla riservatezza», come ha obiettato l’Anm al Dubbio, è impossibile conoscere nomi e “appartenenze” anche dei 2.100 magistrati che – lo ha rivelato sabato scorso il presidente Cesare Parodi – sono iscritti a una particolare “costola” del sindacato. Che vi sia un contrasto insostenibile fra nomine “ripartite” e segretezza delle iscrizioni, lo si vede a occhio nudo. Certo, il diritto alla privacy vale per tutti, magistrati compresi. Ma allora lo stesso rispetto delle regole dovrebbe valere per il merito e la trasparenza delle nomine deliberate dal Csm. E invece, come ha spiegato alla perfezione Simona Musco sul Dubbio, a compromettere la chiarezza è lo stesso codice che regola l’individuazione dei procuratori capo come dei presidenti di Tribunale, il “Testo unico sulla dirigenza”. Soprattutto per il peso che un singolo, specifico parametro, come la “anzianità di settore”, può acquisire nel ballottaggio fra magistrati che ambiscano a dirigere lo stesso ufficio giudiziario.
Seppure uno dei competitor avesse un’esperienza maggiore e competenze più estese, l’eventuale vantaggio in uno solo dei requisiti può favorire un altro candidato. E di fatto, sempre per citare l’articolo pubblicato su queste colonne due giorni fa, le norme del Testo unico diventano appigli per “sigillare” decisioni già concordate. Dove? Nelle segrete stanze in cui si riuniscono le correnti. Che spesso sono stanze virtuali: semplici chat, valutazioni condivise non necessariamente in presenza, in cui continuano a pesare l’appartenenza o la vicinanza a una certa corrente, nella scelta del giudice o del pm da premiare con una scrivania di prestigio. A fronte di un panorama che resta viziato da aspetti “politici” in senso lato, è dunque più difficile accettare che il diritto alla privacy prevalga sulla trasparenza della magistratura.
Pare davvero discutibile il principio per cui le correnti decidono ancora tutto, o quasi, ma la loro composizione deve restare segreta. Eccezion fatta, naturalmente, per chi nelle correnti riveste ruoli di leadership.
Certo il paradosso è difficile da sciogliere anche sul piano giuridico. Sul bilanciamento fra riservatezza, potere e responsabilità pubblica, le Corti superiori, quelle europee innanzitutto, si cimentano ormai da decenni. Ma non si può trascurare la scelta compiuta innanzitutto dalla Cedu già a partire dalla sentenza “Lingens c. Austria” del 1986 sul diritto alla privacy dei politici: per questi ultimi la riservatezza vale meno, in particolare quando aspetti della loro vita privata sono oggetto di attenzione mediatica. Il diritto del giornalista a informare, e quello dei cittadini a essere informati, prevalgono sulla tutela di chi riveste incarichi politici. Bene.
Perché non dovrebbe essere così anche per i magistrati? Perché no, visto che, secondo la più raffinata tra le obiezioni alla riforma Nordio, il doppio Csm “sorteggiato” sarebbe, parole del costituzionalista Gaetano Azzariti, un «organo indebolito (perché diviso e non rappresentativo ma casualmente composto), meno in grado di assicurare autonomia da ogni altro potere, dal governo in particolare»? Perché le regole considerate sacrosante quando si tratta di smascherare il privato dei politici non dovrebbero valere anche per giudici e pm, visto che Azzariti e diversi altri giuristi, capi dell’Anm compresi, considerano di fatto la magistratura come un contropotere politico? Sono domande di fronte alle quali l’Anm, come detto, ha risposto in modo lapidario a questo giornale: «Esistono degli obblighi dovuti alla riservatezza». Il che però tiene in disparte, e cioè nel perimetro dell’inaccessibilità, l’appartenenza correntizia non solo dei grandi procuratori capo o dei presidenti dei maggiori Tribunali, appartenenza che in genere è ben nota.
A essere inconoscibile, per i cittadini, sono anche la simpatia o la vera e propria organicità dei magistrati distaccati come segretari del Csm, o dei loro colleghi che conquistano – per concorso, come avviene d’altronde per i capi delle Procure – le ambite postazioni dell’Ufficio studi di Palazzo Bachelet. E attenzione, perché questi ruoli in apparenza “di retrovia” sono in realtà importantissimi: in quegli uffici del Consiglio superiore (tuttora unico per giudici e pm) si elaborano infatti sia le pratiche che, sulla base del citato “Testo unico”, giustificano le nomine da parte del plenum, sia, per dire, i pareri tecnici con cui Palazzo Bachelet stronca una riforma poche ore prima che venga messa ai voti nell’aula della Camera o del Senato.
I magistrati che lavorano in questi delicatissimi e potentissimi ingranaggi hanno un potere notevole, ma neppure per loro possiamo conoscere l’eventuale iscrizione all’Anm e alle singole correnti. È sempre tutto normale. È sempre tutto rispettoso dell’equilibrio fra i poteri. Resta più di una perplessità. Che a quanto pare l’associazionismo giudiziario non ha alcuna intenzione di sciogliere.