Se tutto è emergenza, nulla lo è. Si potrebbe riassumere così l’altalena politica che caratterizza il governo Meloni sin dal suo insediamento: una rincorsa affannosa a pacchetti Sicurezza che inseguono, di volta in volta, allarmi differenti. Dai rave party - i cui divieti non hanno prodotto reali effetti deterrenti - al decreto Caivano, dai reati ambientali alla gestione dei migranti, fino ai provvedimenti su viabilità, carceri e manifestazioni, la cronaca sembra dettare l’agenda legislativa.
Il nuovo pacchetto atteso mercoledì in Consiglio dei Ministri segue lo stesso spartito. Nato per contrastare la violenza minorile (nonostante i dati del Viminale smentiscano il picco emergenziale), il testo ha finito per inglobare misure contro il dissenso e gli stranieri, trovando nuova linfa negli scontri di sabato a Torino. Ogni settimana, dunque, un’emergenza diversa e chissà quale sarà la prossima. L’aggressione di sabato a un poliziotto è diventata l’occasione per Giorgia Meloni di dettare il “capo d’imputazione” alla magistratura - parlando esplicitamente di tentato omicidio, a prescindere da ogni verifica - e ammonirla a fare il proprio dovere, a differenza del passato. Cioè come nel caso dell’Imam di Torino, segnalato dalla Polizia come pericoloso ma ritenuto innocuo dalla magistratura, ancora libera di non punire le opinioni.
Nonostante il vertice a Palazzo Chigi, la ripartizione tecnica delle norme è ancora incerta. Il Viminale ha presentato due bozze: un decreto legge e un disegno di legge. Sebbene la maggioranza abbia condiviso l’impianto generale, resta da decidere cosa rendere immediatamente vigente tramite decreto e cosa destinare al più lento iter parlamentare. Inizialmente, il ministero dell’Interno intendeva inserire nel ddl le misure più discusse - stop ai coltelli per i minori, scudo penale e fermo preventivo - per prudenza, ma il pressing della Lega per inserirle nel decreto ha riaperto la partita.
Sul fermo preventivo di 12 ore per i “soggetti pericolosi”, che consentirebbe alle forze di polizia, senza bisogno di autorizzazione da parte della magistratura, di fermare «persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e l’incolumità pubblica» pesano i dubbi di costituzionalità del Quirinale. Maurizio Gasparri ha frenato, richiamando la necessità di rispettare i principi giuridici del Paese, mentre Matteo Salvini insiste, chiedendo di estendere il trattenimento fino a 48 ore. L’intesa sembra invece raggiunta sullo scudo penale per la legittima difesa - che eviterebbe l’iscrizione automatica nel registro degli indagati non solo per le forze dell’ordine ma anche per i civili - e sulla stretta per le armi bianche tra i minori. Resta lo scontro sulla cauzione per chi organizza cortei: Forza Italia la ritiene inapplicabile a causa della responsabilità oggettiva che ricadrebbe sui promotori per atti compiuti da terzi.
Sullo sfondo restano le violenze di Torino, espunte però dalla narrazione istituzionale che ignora le violenze sui manifestanti, almeno trenta dei quali finiti in ospedale. I video mostrano anziani insanguinati e fotografi colpiti nonostante si fossero identificati, mentre il racconto della giornalista del Manifesto Rita Rapisardi - che ha assistito personalmente alla scena - svela dettagli anomali sull’agente ferito. Schivando lacrimogeni ad altezza uomo - pratica vietata - e manganellate ai manifestanti non aggressivi, Rapisardi ha raccontato di aver visto l’agente rompere lo schieramento per inseguire e manganellare due persone; un’iniziativa isolata che lo ha esposto alla reazione del gruppo. Nel contatto il casco, non allacciato, è volato via, lasciandolo indifeso davanti ai due colpi di martelletto sferrati dai ragazzi. I soccorsi, paradossalmente, sono arrivati dalle urla degli stessi aggressori che hanno intimato il “basta”. Solo allora un altro agente è intervenuto per trascinarlo in salvo. Restano i dubbi su una gestione tattica che appare fuori controllo: perché quel poliziotto era solo? E perché la sua protezione vitale era slacciata durante una carica?
In questo clima, il ministro Carlo Nordio invoca una repressione “immediata e severa”, allineandosi alla premier nel chiedere ai giudici di dimostrare indipendenza applicando la legge senza indulgenze. Legge che, ora, dovrà essere resa ancora più dura. Da qui la legislazione del nemico, dove il nemico - e in tempo di referendum sulla separazione delle carriere è una scelta comunicativa strategica - è anche la magistratura. Non si tratta solo della realizzazione di un programma politico, ma di una tendenza a creare categorie di individui classificati come minaccia sociale e da trasformare in bersagli prioritari per l’azione punitiva dello Stato. Un concetto che si basa sull’idea che alcuni individui, percepiti come pericolosi, smettano di essere soggetti di diritto per diventare esclusivamente oggetti di prevenzione o repressione. Ma quando la prevenzione si sovrappone alla punizione e il sospetto sostituisce il fatto, il diritto penale cessa di essere una garanzia per diventare una clava. In questa rincorsa all’emergenza permanente, lo Stato, forse, vince la sua battaglia comunicativa, ma a perdere è la tenuta democratica di un Paese che sta smettendo di punire i reati per iniziare a colpire le persone. Con buona pace dello Stato di diritto.