Mercoledì 07 Gennaio 2026

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È un “all in”: tanto se vincesse il Sì per le correnti Anm sarebbe la fine

Con lo sdoppiamento del Csm, ma soprattutto con il sorteggio dei futuri consiglieri magistrati, le correnti sparirebbero, o meglio: svanirebbe la loro forma attuale di “pseudo-partiti”

05 Gennaio 2026, 16:51

06 Gennaio 2026, 16:54

È un “all in”: tanto se vincesse il Sì per le correnti Anm sarebbe la fine

La campagna continua. Siamo nella fase “grandi stazioni”. Come segnalato ieri da Libero, i 6x3 dell’Anm per il No al referendum conquistano la “Centrale” di Milano. E approdano al digitale: manifesti anti-Nordio non solo cartacei ma anche proiettati sui maxischermi. Siamo oltre il Berlusconi del ’94. Forse è il caso di chiedersi – come fa con grande scrupolo la nostra Valentina Stella in un altro articolo sul Dubbio – com’è possibile che un sindacato dei magistrati disponga di risorse tali da finanziare una campagna del genere. Ma non è l’unica domanda suscitata dai mega-spot anti Nordio. Ce n’è evidentemente un’altra, che riguarda le motivazioni: va bene l’ostilità alla separazione delle carriere, ma com’è che il “divorzio” fra giudici e pm è diventato, per la magistratura associata, una questione di vita o di morte?

La risposta è banale: perché la riforma in questione può segnare, effettivamente, la “morte” delle correnti Anm per come le intendiamo ora. Con lo sdoppiamento del Csm, ma soprattutto con il sorteggio dei futuri consiglieri magistrati, le correnti sparirebbero. O meglio: svanirebbe la loro forma attuale di “pseudo-partiti”. I gruppi organizzati della magistratura non sarebbero più in grado di controllare l’elezione dei togati, nei due eventuali futuri Csm. Perderebbero la loro impropria funzione “politica”. Finirebbe un mondo. Calerebbe per sempre il sipario su un fenomeno forse unico in Occidente, che vede tuttora l’ordine giudiziario riprodurre al proprio interno una “architettura para-istituzionale” completa in ogni sua parte: un “parlamento” (il direttivo dell’Anm), un “esecutivo” (la giunta e il presidente), entrambi articolati in “partiti” (le correnti) che concorrono a eleggere i rappresentanti in un organo di rilievo costituzionale, il Csm. Tale organo è deputato a scegliere capi delle Procure, presidenti di Tribunale e destinatari di ogni incarico gerarchico negli uffici giudiziari.

È un sistema di potere. L’Anm e le sue correnti controllano le carriere (incluse le promozioni finalizzate agli scatti stipendiali) di tutti i 9mila magistrati italiani. E lo fanno con una sorta di parodia della politica: correnti/partito, coalizioni di maggioranza, alleanze trasversali e, nel Csm, anche “a geometria variabile”. Roba da prima più che da seconda Repubblica: regole ferree, disciplina, di gruppo, vincolo di mandato. A confronto, la politica propriamente detta, con le sue stramberie, impallidisce.

Bisogna aver ben presente tutto questo, per capire quei maxischermi alla stazione di Milano. Bisogna guardare a questo complicato sistema pseudopolitico, per capire l’accanimento sul No alla riforma. Vi rendete conto che se passa la separazione delle carriere, tutta la surreale “politica in sedicesimi” dei magistrati franerebbe al suolo? Ci rendiamo conto che quella pur marginalissima frazione dei 9mila magistrati ordinari italiani che è coinvolta nella “politica togata” perderebbe per sempre questo diversivo simil-parlamentare? E ci rendiamo conto, soprattutto, che se venisse meno il sistema di potere appena descritto, le correnti per come le conosciamo oggi svanirebbero nel nulla?

È inevitabile che, prima di rinunciare al piccolo mondo in cui sono immersi, i gruppi dell’Anm tentino il tutto per tutto. E che facciano “all in” . Al punto da lanciarsi persino in una spericolata alleanza con le autorità ecclesiastiche, com’è avvenuto con la diocesi di Trani, dove si terrà, a partire da lunedì prossimo, un ciclo di conferenze tenute da soli magistrati. L’Anm punta, sulla vittoria del No al referendum, tutte le risorse, anche finanziarie, di cui dispone. Tanto, se passa la riforma, avrà ben poco da spendere in futuro. O la va o la spacca. C’è da chiedersi se tutti i giudici e pm italiani siano d’accordo nella scelta di investire le ricchezze comuni in una campagna che i magistrati, alti funzionari dello Stato, conducono contro una riforma approvata dal Parlamento, che nello Stato rappresenta la sovranità popolare.

Forse non tutti sono d’accordo. Forse molti giudici, civili e non solo, pensano che si tratti di uno sforzo tanto spasmodico quanto irrazionale. Ma finché le correnti avranno il potere di decidere sulla carriera di ciascuno di quei giudici, le voci fuori dal coro resteranno poche. Solo qualora al referendum vincesse il Sì alla riforma, forse, verrebbe allo scoperto chi oggi è in silenzioso dissenso da questa campagna salva-correnti. Ma intanto l’esito della consultazione non è scontato. E chissà se davvero un giorno sapremo cosa pensa, di quei maxischermi nelle stazioni, la maggioranza silenziosa dei magistrati italiani.