Martedì 06 Gennaio 2026

×

Referendum giustizia

Separazione delle carriere, voto verso fine marzo

Nordio conferma la finestra temporale: niente aprile, ipotesi 22 o 15 marzo per il referendum costituzionale

05 Gennaio 2026, 09:11

Separazione delle carriere, voto verso fine marzo

La “seconda metà di marzo” resta il periodo più plausibile per il referendum sulla separazione delle carriere e sul Consiglio superiore della magistratura. A ribadirlo è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiarendo che la decisione definitiva spetterà al Consiglio dei ministri. In attesa del via libera formale, l’attenzione è concentrata soprattutto sul fine settimana di domenica 22 marzo, con l’alternativa del 15 marzo, mentre appare escluso l’inizio di aprile.

Il calendario, infatti, pone diversi vincoli: il 29 marzo coincide con la domenica delle Palme, mentre aprile è segnato da Pasqua il 5 e dalla Pesach ebraica tra il 2 e il 9. Un intreccio di festività che rende impraticabile lo slittamento oltre marzo.

Un referendum senza quorum

Quello sulla giustizia sarà un referendum confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione italiana, e riguarderà esclusivamente una legge di revisione costituzionale. La sua caratteristica principale è l’assenza del quorum: qualunque sia il numero dei votanti, l’esito sarà comunque valido.

Si tratta di una tipologia di consultazione già sperimentata quattro volte nella storia repubblicana. Il primo precedente risale al 7 ottobre 2001, quando fu confermata la riforma del Titolo V approvata dal centrosinistra, passata con il 64,2% di sì nonostante un’affluenza del 34%.

I precedenti: vittorie e bocciature

La seconda consultazione si tenne il 25-26 giugno 2006 sulla riforma costituzionale del centrodestra, imperniata sulla devolution: in quel caso vinsero i no con il 61% dei voti, con una partecipazione del 52%.

Il terzo referendum confermativo è rimasto uno spartiacque politico. Il 4 dicembre 2016 gli italiani bocciarono la riforma Renzi-Boschi con il 59,11% di no e un’affluenza record del 69%, un risultato che portò alle dimissioni di Matteo Renzi da Palazzo Chigi.

L’ultimo precedente risale al 20 settembre 2020, con il taglio dei parlamentari promosso dal Movimento 5 Stelle: la riforma passò con il 69,96% di sì e una partecipazione del 51,12%.

La questione della data

Il calendario dei referendum confermativi è stato nel tempo molto vario: ottobre, giugno, dicembre e settembre. Anche per il voto del 2026 la scelta della data è al centro del dibattito politico. Il governo ha tenuto la pratica in stand by anche in attesa dell’esito della raccolta firme per un referendum popolare abrogativo promossa da alcune forze di opposizione.

Per i referendum abrogativi, la legge prevede una finestra fissa tra il 15 aprile e il 15 giugno, con alcune deroghe storiche. Ma il dibattito sulle date richiama alla memoria anche episodi simbolici della storia politica italiana, come il celebre invito di Bettino Craxi ad “andare al mare” in occasione del referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni nel giugno 1991. Un appello rimasto inascoltato, con una partecipazione altissima e un sì plebiscitario che segnò l’inizio del declino della Prima Repubblica.

Marzo come compromesso

Numeri alla mano, giugno resta il mese più frequentato per i referendum in Italia, ma non sempre ha garantito un’alta affluenza. La scelta di marzo, in questa fase, appare dunque come un compromesso tra esigenze organizzative, calendario religioso e clima politico