Venerdì 16 Gennaio 2026

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L’agonia ne “La Grazia”. Così Sorrentino svela l’indicibile

L’ultimo film del regista della Grande bellezza affronta il tabù del fine vita da una prospettiva nuova, diversa, guardando negli occhi la sofferenza

16 Gennaio 2026, 17:47

La Grazia

Sì, La Grazia di Paolo Sorrentino è un bellissimo film. E per dirvi questo i critici veri, quelli di peso, hanno già versato fiumi di inchiostro. Ma La Grazia di Paolo Sorrentino è anche un piccolo miracolo di tempismo, un manuale politico “involontario”, che ci aiuta a spostare il centro del dibattito sul tabù a noi più caro: il fine vita.

Il film, infatti, arriva in sala mentre il Parlamento si arrovella su una legge che disciplini il suicidio assistito. E, se non bastasse, a meno di un mese dal decreto di grazia firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per estinguere la pena di Franco Cioni, l’uomo che nel 2021 uccise la moglie affetta da una malattia in stato terminale. Chi è già andato al cinema capirà di cosa parliamo, ovvero dell’incredibile coincidenza tra fatti e finzione. Ma il punto, qui, è ancora un altro. E proviamo a spiegare perché.

Da quando l’Italia cerca di dotarsi di una legge sul fine vita, la questione si è sempre posta in questa dialettica: il suicidio assistito è un diritto o una scelta? E ancora: se è vero che lo Stato ha il dovere di tutelare la vita, una legge che apra la strada alla morte assistita produrrà la cosiddetta “deriva eutanasica”? Le posizioni in campo sono note. Ci sono i laici che promuovono l’autodeterminazione del singolo, i cattolici che temono l’orizzonte di una società che abbandona i più fragili. Ci sono i pazienti che si battono per morire come chiedono e i malati che chiedono maggiori tutele. Per questo c’è chi vorrebbe insistere su cure e prestazioni garantite, come le palliative. E chi invece pensa che neanche questo basterà per andarsene senza rinunciare alla propria idea di dignità.

Ma a chi spetta, dunque, decidere? Meglio: «Di chi sono i nostri giorni?», si chiedono i protagonisti de La Grazia. Rispondere è il compito più difficile per il presidente della Repubblica costruito da Sorrentino e interpretato da Toni Servillo, che nel crepuscolo della vita e della carriera, il suo semestre bianco, dovrà decidere se firmare la legge sull’eutanasia prima di lasciare il passo al suo successore.

Il Papa non ha dubbi, anzi ne ha troppi per avallare un verdetto che sia di questa terra. E lo stesso dilemma attanaglia anche il Capo dello Stato, rigido come il cemento e dotto come una collana “insormontabile” di diritto penale. È l’istituzione che cerca la verità tra i manuali e la Costituzione. Che affina, taglia, cuce, rimescola. Confeziona la legge perfetta con la lente del giurista. E pretende di qualificare l’agonia, per inquadrarla dentro una norma. Fino alla rivoluzione. Imprevista e imprevedibile.

Gli occhiali si spezzano, il giurista guarda con gli occhi dell’uomo. «Oggi mi è capitato di vedere la verità da vicino, mentre il Diritto te la mostra sempre da lontano», confessa il presidente di Sorrentino. Che non cerca più una risposta, spezza i riti, scava nella realtà, e si accontenta di cambiare domanda. Come possiamo pretendere di imporre la nostra morale a chi soffre se non abbiamo mai accettato di conoscere la sofferenza? Come possiamo definire l’agonia, se non l’abbiamo mai vista?

Ecco che il centro si sposta. La vera sfida del presidente non è promulgare una legge scomoda, ma aprire lo sguardo anche alle cose che non ci piace vedere. Compreso quel tabù dentro il tabù che il regista tocca appena, eppure rivela, ovvero l’eutanasia e il suicidio assistito nei pazienti psichiatrici. Quando la sofferenza è mentale ed è ancora più difficile stabilire se la decisione di morire sia pienamente libera e consapevole. Su questo si interroga la scienza, mentre il Diritto bilancia. Ma noi, ci ricorda La Grazia, ogni tanto possiamo permetterci di essere soltanto umani.