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Esteri

Se cade il regno di Orbán Usa e Russia che fanno? Soccorso nero di Vance al compagno Viktor...

Il vice di Trump è sbarcato in Ungheria per la volata della campagna elettorale

08 Aprile 2026, 08:34

Se cade il regno di Orbán Usa e Russia che fanno? Soccorso nero di Vance al compagno Viktor...

VIKTOR ORBAN PRIMO MINISTRO UNGHERIA, JAMES DAVID JD VANCE VICEPRESIDENTE STATI UNITI

Forse il “soccorso nero” di J. D. Vance non servirà a evitare la sconfitta alle elezioni di domenica, ma l’arrivo in Ungheria del vicepresidente Usa per l’ultima volata della campagna elettorale certifica la centralità di Viktor Orbán per il mondo MAGA.

E il timore fondato di perdere un alleato così importante nel cuore dell’Ue.

Non si tratta solo di affinità ideologiche che pure sono tantissime, per 16 anni la sua Ungheria è stata prima un’avanguardia della destra populista e anti liberale, poi avvelenatrice dei pozzi europei e bastione della linea dura sull’immigrazione, ma anche un centro nevralgico della guerra ibrida lanciata dal Cremlino contro le democrazie dell’Unione. Se esiste un ideale punto di incontro tra il trumpismo e il putinismo, questo si trova senz’altro lungo le sponde ungheresi del Danubio.

Per anni Orbán ha fatto di tutto per inceppare la già complicata macchina decisionale europea, rallentando le sanzioni alla Russia, ostacolando gli aiuti all’odiata Ucraina di Zelensky, usando il veto come una clava negoziale permanente per bocciare i bilanci pluriennali, le politiche comuni sull’immigrazione, i fondi per l’ambiente. I suoi attacchi frontali allo Stato di diritto, con la chiusura delle ong sgradite, la censura della “propaganda” Lgbtq, la longa manus sull’informazione nazionale e il controllo del sistema giudiziario sono stati e continuano a essere motivo di conflitto costante con Bruxelles; un governo del genere, per chi vuole un’Europa più debole e più divisa, è una manna dal cielo, un dono prezioso.

Così a pochi giorni dal voto, con tutti i sondaggi che danno vincitore il suo avversario ed ex compagno di partito, l’avvocato conservatore Peter Magyar, gli influenti sponsor stranieri di Orbán provano a mettere in campo l’artiglieria pesante nella speranza di ribaltare i pronostici; ieri al Mtk Sportpark di Budapest il premier e Vance sono saliti insieme sul palco davanti migliaia di sostenitori in un tripudio di bandiere ungheresi e americane mentre la banda suonava entrambi gli inni nazionali. Il vice di Trump, nel suo consueto stile tagliato con l’accetta dei boscaioli dei monti Appalachi spara a zero sui «vergognosi burocrati di Bruxelles», accusandoli di voler distruggere l’economia ungherese e di influenzare l’esito del voto: «Il loro è uno dei maggiori tentativi di interferenza politica che io abbia mai visto», tuona Vance tra gli applausi.

Ma a credere poco, anzi pochissimo, alla rimonta del primo ministro sono in primo luogo i mercati; alla borsa di Budapest, diverse aziende legate all’entourage governativo stanno perdendo valore da settimane mentre l’indice generale è, al contrario, in crescita. La banca Granit, controllata dal genero di Orbán e boss dell’illuminazione pubblica István Tiborcz, ha perso oltre il 20% dall’ inizio dell’anno; il gruppo 4iG è sceso di quasi il 40%; la potente holding Opus Global, riconducibile al fedelissimo Lorinc Mészáros, uomo più ricco del Paese, ha lasciato sul terreno circa il 18%. Il segnale è chiaro: una parte consistente degli investitori scommette sulla fine del sistema politico-economico costruito in questi anni e si prepara al dopo.

Quel modello che ha segnato una lunga epoca politica ha un nome specifico: Nemzeti Együttműködés Rendszere , Sistema di cooperazione nazionale o NER, la formula con cui Orbán ha ridefinito alla radice il rapporto tra Stato, economia e potere dopo il ritorno al governo nel 2010, una sorta di capitalismo patriottico che ha ridotto il peso delle multinazionali favorendo una ristretta cerchia di oligarchi vicini al governo in una concentrazione senza precedenti di risorse pubbliche e opportunità economiche. Il NER funziona come un circuito chiuso: lo Stato distribuisce le opportunità a chi sostiene attivamente l’esecutivo e, in cambio, l’élite economica rafforza la stabilità politica del sistema, Un po’ come accade nella Russia di Vladimir Putin, probabilmente il modello originale a cui si è ispirato il capo di Fidesz nel corso degli anni.

Ma neanche il NER è eterno. Se le urne domenica confermeranno le indicazioni dei sondaggi, crollerà l’intera l’architettura economico-politica costruita in sedici anni di potere.

Il rivale Peter Magyar, che si è allontanato da Orbán criticando la deriva autoritaria l’endemica corruzione del suo sistema, promette di riportare l’Ungheria nell’alveo delle regole europee, di ridare trasparenza agli appalti pubblici e ricucire i rapporti con Bruxelles. Ma soprattutto la sua elezione potrà liberare Budapest dall’abbraccio mortale dei più grandi nemici dell’Unione: il Cremlino e la Casa Bianca.