Il profilo
Mai come ora il lungo regno di Viktor Orbán è sembrato vicino ai titoli di coda. A una settimana dal voto il premier è dato sconfitto da tutti i sondaggi, distanziato da Péter Magyar, un avversario che fino a poco tempo fa apparteneva alla sua stessa famiglia politica. Un transfuga uscito da Fidesz sbattendo la porta e denunciando la deriva autoritaria in corso in Ungheria.
Quarantenne, conservatore, laureato in legge e avvocato di professione, da giovanissimo assisteva pro bono i manifestanti arrestati durante le rivolte del 2006 contro l’ex premier socialista Ferenc Gyurcsány; poi l’incontro con Orbàn che all’epoca era un liberale che guardava all’Europa con simpatia e fiducia.
Per anni Magyar è stato parte dell’élite governativa, dentro i consigli di amministrazione delle aziende statali e direttore del Centro per i Prestiti agli Studenti, una carriera che è corsa parallela una vita politica sempre più intensa. Nel 2010 con il trionfo elettorale di Fidesz viene nominato funzionario al ministero degli Affari esteri, l’anno successivo il prestigioso incarico di rappresentante di Budapest presso l’Unione europea e dal 2015 al 2024 direttamente nel gabinetto del premier, nel cosiddetto cerchio magico. La rottura con l’orbanismo avviene molto dopo, nel 2024, lo stesso anno in cui si consuma la separazione con la moglie, l’ex ministra della giustizia Judit Varga.
Insofferente da tempo, esce dal governo in seguito alla grazia presidenziale concessa a Endre Kónya, direttore di un Centro religioso per bambini orfani condannato per abusi sessuali su minori. Magyar denuncia le pressioni esercitate sul governo dalla Chiesa ungherese, in particolare dal vescovo Zoltán Balog. Ma al di là del caso Kónya è tutto il sistema di potere che ruota attorno a Orbàn che viene messo all’indice.
Da quel momento inizia una campagna durissima. contro la corruzione, l’uso distorto dei fondi pubblici, le reti di fedeltà negli appalti, ma soprattutto contro l’ingerenza sistematica dell’esecutivo sulla giustizia e l’informazione.
Il partito che fonda, Tisza, si muove sulle classiche coordinate della destra conservatrice ma liberale e pro Ue; sui diritti civili, pur non avendo una visione progressista e difendendo i valori tradizionali, ha un approccio molto più morbido di Orbàn.
Dove cambia il discorso è sulla gestione del potere: propone limiti ai mandati, controlli sugli appalti, maggiore autonomia per i tribunali, regole più stringenti sull’uso dei fondi europei. Il rapporto con Unione Europea è infatti uno dei punti più concreti del suo programma; oggi diversi miliardi di euro destinati all’Ungheria restano congelati per le violazioni dello stato di diritto contestate a Budapest. Magyar promette di sbloccarli rapidamente, accettando meccanismi di controllo più rigidi e promettendo far tornare il Paese in sintonia con Bruxelles. Attorno alla sua candidatura si è compattato un fronte ampio un tempo impensabile. I partiti progressisti — verdi, socialdemocratici, liberali — hanno deciso di sostenerlo apertamente e infatti secondo i sondaggi nessuno di loro andrà oltre al 5%. Quella del “voto utile2 appare come una scelta obbligata, legata al funzionamento della legge elettorale: nei collegi uninominali vince chi prende un voto in più, e il sistema premia in modo sproporzionato il primo arrivato.
Nel 2022 l’opposizione divisa ha perso seggi anche dove, sommando i voti, era maggioritaria permettendo la terza rielezione di Orbàn . Questa volta la strategia è diversa: un solo candidato competitivo per evitare dispersioni e rendere contendibili i collegi.Orbán, dal canto suo, ha ancora qualche cartuccia da sparare a partire dal bilancio economico del suo governo; il PIL ungherese è passato da circa 96 miliardi di euro nel 2010 a oltre 200 miliardi nel 2024, mentre la disoccupazione è scesa sotto il 5%.
La rete autostradale si è ampliata, spesso grazie ai fondi europei. Ma questi risultati convivono con altri numeri decisamente più negativi: inflazione cumulata superiore al 50% negli ultimi anni, sistema sanitario sotto pressione, accuse diffuse di corruzione legate alla distribuzione degli appalti. Figure vicine al premier, come l’imprenditore Lorinc Mészáros, hanno accumulato ricchezze enormi proprio grazie ai contratti pubblici.
Sul piano internazionale, Orbán mantiene una posizione distinta dentro l’Europa dove gli eccellenti rapporti con Vladimir Putin restano un elemento chiave: accordi energetici, prudenza sulle sanzioni, resistenza a un sostegno militare più ampio all’Ucraina.
Per il Cremlino, avere a Budapest un governo disposto a rallentare o rinegoziare le decisioni europee è un vantaggio concreto, soprattutto nei dossier che richiedono unanimità. Questo si riflette anche nella campagna elettorale, con la consueta massiccia presenza di hacker e bot russi che imperversano sul web tra fake news e teorie del complotto: video costruiti ad arte per screditare Magyar, campagne sui social che lo accusano di voler portare l’Ungheria in guerra o di rispondere a oscuri interessi stranieri.
Il flusso è continuo, spesso anonimo, e punta a saturare l’attenzione più che a convincere con argomenti, un po sulla falsariga di quanto accaduto in Romania durante le elezioni presidenziali del 2024 quando la Corte suprema annullò il risultato del primo turno per le ingerenze informatiche della Russia che puntava sul populista Calin Georgescu.