La guerra si allarga
Libano - Edifici distrutti a Dahiyeh
E’ stato diffuso sull’account Telegram del segretario del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano Ali Larijani, un messaggio scritto a mano dal leader che, secondo quanto riferito da Israele, è stato ucciso in un raid. «Il martirio dei soldati della Marina della Repubblica Islamica dell’Iran a Dena – recita il messaggio – è parte dei sacrifici della coraggiosa nazione emersa in questo momento di lotta contro gli oppressori internazionali. Il loro ricordo rimarrà per sempre nei cuori della nazione iraniana, e questi martiri getteranno le basi dell’esercito della Repubblica Islamica dell’Iran nella struttura delle forze armate per gli anni a venire».
Intanto la guerra in Medio Oriente entra nel suo diciottesimo giorno senza alcun segnale di rallentamento. Mentre proseguono i raid israeliani su Teheran e su altre città iraniane, Israele ha annunciato anche l’avvio di un’operazione di terra mirata nel sud del Libano, alimentando il timore che l’intervento possa allargarsi fino a trasformarsi in una vera invasione su larga scala. Sullo sfondo restano la crisi umanitaria libanese, i missili sul Golfo, la pressione sullo Stretto di Hormuz e le nuove minacce di Donald Trump all’isola iraniana di Kharg.
Secondo quanto riferito dalle forze israeliane, l’operazione in Libano punta a obiettivi chiave nel settore meridionale del Paese, spingendo ulteriori forze più in profondità nell’area dentro una zona cuscinetto ampliata. È un passaggio che segna un salto ulteriore nella campagna militare israeliana, già estesa da giorni ben oltre il solo fronte iraniano.
Nelle stesse ore, l’Idf ha fatto sapere di avere distrutto l’aereo dell’ex Guida suprema Ali Khamenei in un raid sull’aeroporto Mehrabad della capitale iraniana. È uno dei segnali di una campagna che continua a colpire simboli e infrastrutture del potere iraniano, mentre sul piano politico resta l’incertezza perfino sulla sorte della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei.
A questo proposito, Trump ha detto di non sapere se Mojtaba Khamenei sia ancora vivo. «Nessuno l’ha visto, il che è insolito», ha dichiarato il presidente americano durante un evento a Washington. Dal Cremlino, intanto, è arrivato soltanto un no comment dopo che il quotidiano kuwaitiano Al-Jarida, citando fonti anonime, aveva riferito che Mojtaba Khamenei sarebbe arrivato a Mosca per curarsi.
Nel frattempo, la situazione in Libano si aggrava sul piano umanitario. Secondo i dati del ministero della Sanità di Beirut, dal 2 marzo gli attacchi israeliani hanno provocato 886 morti e 2.141 feriti. Tra le vittime ci sono 111 bambini e 67 donne.
Ancora più impressionante è il numero degli sfollati. Secondo il governo libanese, sono ormai oltre un milione, pari a circa il 20% della popolazione. Si tratta in gran parte di persone costrette a lasciare le loro case nelle aree meridionali del Paese e nella periferia sud della capitale.
A questo quadro si aggiunge la posizione del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che ha dichiarato che gli sfollati del sud del Libano non potranno rientrare nelle proprie abitazioni «finché non sarà garantita la sicurezza degli abitanti del nord» di Israele. Una frase che lascia intuire come Tel Aviv consideri il mantenimento della pressione militare una condizione destinata a durare.
La tensione ha toccato anche la missione internazionale in Libano. Nel pomeriggio, sulla base Unifil di Shama, sede del comando del Settore Ovest a guida italiana, sono caduti alcuni detriti che, secondo il ministero della Difesa, sarebbero stati provocati verosimilmente da razzi intercettati.
Secondo le prime informazioni, non ci sono feriti. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in contatto con il capo di Stato Maggiore della Difesa, con il Covi e con il comandante del contingente italiano di Unifil per seguire costantemente l’evoluzione della situazione e le condizioni del personale militare.
Mentre Israele intensifica la pressione su Iran e Libano, la guerra continua a investire anche i vicini del Golfo. Raffiche di missili si sono dirette verso il Qatar, un attacco con droni ha costretto alla chiusura temporanea dell’aeroporto di Dubai e una persona è morta ad Abu Dhabi dopo che un missile ha colpito un’auto.
Anche Gerusalemme ha vissuto nuovi momenti di tensione. Una scheggia proveniente da una raffica di missili intercettata è caduta vicino alla Basilica del Santo Sepolcro, sul tetto del Patriarcato greco-ortodosso. Un altro frammento di missile intercettore è caduto nei pressi dell’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Sul fronte energetico e strategico resta centrale l’isola iraniana di Kharg. Trump, parlando delle tensioni sullo Stretto di Hormuz, ha minacciato apertamente un nuovo attacco. «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti», ha detto. Poi l’avvertimento: «Potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Il riferimento è pesantissimo, perché Kharg rappresenta uno dei nodi vitali dell’export energetico iraniano. La minaccia americana si inserisce in un momento in cui i timori di una crisi energetica globale restano altissimi.
Proprio per il peso crescente del conflitto, anche l’agenda internazionale della Casa Bianca potrebbe cambiare. Il viaggio di Trump in Cina, previsto al momento dal 31 marzo al 2 aprile, potrebbe essere rinviato.
La portavoce Karoline Leavitt ha spiegato che i colloqui «da leader a leader» con il presidente cinese Xi Jinping sono in corso e che Trump, «al momento», non vede l’ora di recarsi in Cina. Ma ha aggiunto che le date «potrebbero subire variazioni». Il motivo è stato chiarito senza giri di parole: «In qualità di comandante in capo, la sua priorità assoluta in questo momento è garantire che continui il successo dell’operazione Epic Fury».
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha voluto precisare che un eventuale rinvio non avrebbe lo scopo di fare pressioni su Pechino riguardo allo Stretto di Hormuz. Ma il solo fatto che la visita possa slittare mostra quanto la guerra stia già condizionando le agende diplomatiche di massimo livello.