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Golfo caldo

Kharg nel mirino Usa, lo stretto di Hormuz passa anche dalle isole

Washington colpisce 90 obiettivi militari sull’isola chiave dell’export iraniano. Attorno a Hormuz si gioca ora la sfida su petrolio, rotte e controllo militare

14 Marzo 2026, 17:44

Kharg nel mirino Usa, lo stretto di Hormuz passa anche dalle isole

La petroliera Shenlong Suezmax, battente bandiera liberiana

L’isola di Kharg è diventata il nuovo epicentro della guerra tra Stati Uniti e Iran. Nella notte Washington ha superato un’altra linea rossa, colpendo 90 obiettivi militari su quella che è considerata la vera cerniera dell’export energetico di Teheran. Un attacco che non colpisce soltanto un bersaglio simbolico o militare, ma entra nel cuore del sistema che tiene in piedi l’economia della Repubblica islamica e il suo controllo strategico sul Golfo Persico.

Secondo diversi analisti, però, Kharg potrebbe essere soltanto il primo tassello di una pressione molto più ampia sulle isole che sorvegliano lo Stretto di Hormuz. Nel mirino americano potrebbero infatti finire anche Abu Musa, Qeshm e Hormuz Island, cioè i punti che permettono all’Iran di osservare, monitorare e minacciare una delle arterie energetiche più delicate del pianeta.

Kharg, il cuore dell’export petrolifero iraniano

Tra tutte le isole del Golfo, Kharg è quella più vitale per il regime degli ayatollah. Si trova a nord dello Stretto di Hormuz ed è descritta come una striscia di terra arida e cespugliosa, grande circa come Brescia. Ma le sue dimensioni contano molto meno del suo peso strategico.

Qui si trova infatti il più grande terminale di esportazione di petrolio greggio dell’Iran, quello che gestisce circa il 90% delle esportazioni del Paese. È da Kharg che Teheran fa partire il petrolio destinato in gran parte alla Cina, e proprio per questo le sue infrastrutture vengono considerate essenziali per la sopravvivenza economica del sistema iraniano.

L’isola conobbe un rapido sviluppo durante il boom petrolifero degli anni Sessanta e Settanta, quando divenne chiaro che gran parte della costa della terraferma, a circa 24 chilometri di distanza, era troppo poco profonda per ospitare le superpetroliere. Da allora Kharg è rimasta una piattaforma decisiva per la tenuta energetica di Teheran.

Un nodo decisivo già durante la guerra Iran-Iraq

Il suo valore strategico non è nuovo. Già durante la guerra tra Iran e Iraq, tra il 1980 e il 1988, il funzionamento degli impianti di Kharg veniva considerato decisivo per la prosperità economica dell’Iran. Oggi quel peso è rimasto intatto, anzi si intreccia ancora di più con l’equilibrio globale del petrolio.

Il possibile danneggiamento delle infrastrutture petrolifere dell’isola potrebbe infatti produrre un doppio effetto: da una parte un forte aumento dei prezzi del greggio, dall’altra una tensione diretta con Pechino, che riceve da lì una parte rilevante delle forniture iraniane. È anche per questo che, almeno nella notte appena trascorsa, gli Stati Uniti non hanno colpito quegli impianti, come confermato da Donald Trump.

Trump avverte Teheran sul passaggio delle navi

La scelta americana, però, non va letta come un arretramento. Trump ha infatti minacciato apertamente di colpire anche le infrastrutture strategiche di Kharg se l’Iran continuerà a ostacolare il libero passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz.

In altre parole, Washington ha fatto capire di voler tenere separato, per ora, il bersaglio militare da quello energetico. Ma il confine resta fragilissimo e dipenderà dalle prossime mosse di Teheran nel Golfo.

Kharg è anche una piattaforma militare

L’isola non è soltanto una risorsa economica. Kharg occupa infatti anche una posizione militare di primo piano. L’accesso è strettamente limitato e sorvegliato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La Marina iraniana mantiene sull’isola una presenza stabile, compresa la 112esima brigata di combattimento di superficie Zolfaghar.

Si tratta di un’unità che opera con motovedette d’attacco rapido progettate per la guerra navale asimmetrica nel Golfo Persico. Queste imbarcazioni sono generalmente equipaggiate con missili antinave, razzi e mine navali e permettono di minacciare navi mercantili o militari più grandi che si muovono nelle vicinanze.

Attorno all’isola esistono inoltre lanciatori costieri di missili, sistemi radar, reti di sorveglianza e basi per droni utilizzate per monitorare il traffico nel Golfo Persico settentrionale. In questo senso, Kharg è una piattaforma avanzata che salda insieme economia, deterrenza e controllo militare.

Chi controlla le isole controlla Hormuz

La questione strategica, però, non si esaurisce in Kharg. La vera struttura dello Stretto di Hormuz non è soltanto l’acqua che attraversa il passaggio, ma l’insieme delle isole che lo dominano. Nella geopolitica marittima, chi controlla le isole controlla i passaggi. Ed è proprio su questo terreno che si misura il potere dell’Iran nel Golfo.

Tra queste, Qeshm, Abu Musa e Hormuz Island rappresentano i punti più sensibili. Non sono avamposti periferici, ma vere postazioni di osservazione e proiezione, dove Teheran ha costruito nel tempo infrastrutture avanzate per il monitoraggio delle rotte del petrolio globale.

Qeshm, la più grande isola del Golfo

Qeshm è la più grande isola del Golfo Persico. Si trova lungo la costa meridionale dell’Iran e si affaccia in posizione strategica sullo stretto. La sua collocazione consente a Teheran di controllare il versante settentrionale del passaggio, osservando l’ingresso e l’uscita delle navi dal Golfo.

Proprio per questo l’Iran ha investito lì in installazioni difensive, infrastrutture portuali e sistemi radar. Qeshm è quindi una sorta di bastione di sorveglianza dal quale leggere in tempo reale i movimenti marittimi in uno dei tratti più delicati della regione.

Abu Musa, il punto più sensibile delle rotte petrolifere

Se Qeshm guarda lo stretto dall’alto della sua estensione, Abu Musa occupa invece una posizione ancora più esposta. Si trova quasi al centro delle rotte percorse dalle petroliere che transitano dal Golfo Persico e, per questo, rappresenta uno dei punti di osservazione più diretti su tutta l’area.

Il suo peso geopolitico è cresciuto nel tempo anche perché la sua sovranità è contestata. L’Iran la controlla militarmente dal 1971, mentre gli Emirati Arabi Uniti continuano ad accusare Teheran di occupazione illegale. Questo rende Abu Musa non solo una postazione militare, ma anche un punto di tensione diplomatica permanente.

Hormuz Island, la roccia che dà il nome allo stretto

La quarta isola chiave è Hormuz Island, quella che ha dato il nome allo stretto. Situata all’ingresso del Golfo Persico, è una piccola terra rocciosa che per secoli ha avuto un ruolo centrale nelle rotte commerciali tra Medio Oriente e Oceano Indiano.

I primi a comprenderne fino in fondo il valore strategico furono i portoghesi, che nel XVI secolo vi costruirono una fortezza. Oggi quell’intuizione storica torna di estrema attualità: chi presidia Hormuz Island dispone di un punto avanzato di controllo su uno dei passaggi più delicati del commercio energetico mondiale.