Guerra in Iran
Esercitazioni Nato in Germania
L’articolo 5 Nato e la clausola di assistenza reciproca dell’Unione europea restano, per ora, sullo sfondo del conflitto tra Usa-Israele e Iran, nonostante i missili intercettati verso la Turchia e il drone che ha colpito una base dell’aviazione britannica a Cipro. A spiegare quali siano i meccanismi giuridici e politici che regolano un eventuale intervento è l’avvocato Marco Valerio Verni, esperto di diritto internazionale, che indica un punto decisivo: non basta che si verifichi un attacco, servono anche precisi presupposti formali, geografici e politici.
Secondo Verni, «l'articolo 5 del Trattato Nord Atlantico è il pilastro della difesa collettiva della Nato: stabilisce che un attacco armato contro un membro è considerato un attacco contro tutti gli Alleati». Ma per attivarlo non basta la semplice percezione di una minaccia. Deve essere innanzitutto lo Stato che ha subito l’attacco a invocarlo, anche dopo eventuali consultazioni preventive ai sensi dell’articolo 4.
Il primo passaggio, dunque, è una richiesta dello Stato colpito. Poi serve il consenso politico dell’Alleanza. «Tutti i Paesi membri devono concordare all’unanimità che l’evento denunciato costituisca effettivamente un “attacco armato” ai sensi del trattato», spiega Verni.
A questo si aggiunge il vincolo geografico dell’articolo 6, che circoscrive in modo molto preciso l’area entro cui un’aggressione può far scattare la difesa collettiva. Il trattato richiama infatti attacchi avvenuti in Europa o Nord America, contro il territorio della Turchia, contro isole sotto la giurisdizione di una parte nella regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro, oppure contro forze, navi o aeromobili di un alleato che si trovino in determinate aree, tra cui il Mediterraneo.
Non è irrilevante che la Nato abbia chiarito nel tempo che anche attacchi cyber molto gravi o contro infrastrutture critiche possano rientrare in questa logica. Ma anche in quei casi serve sempre una valutazione politica unanime sull’esistenza dei presupposti.
Un altro elemento importante riguarda la natura dell’assistenza. Anche quando l’articolo 5 venisse attivato, non significherebbe in automatico un intervento armato generalizzato di tutti i membri.
«Ogni Paese decide individualmente quale contributo fornire», sottolinea Verni. L’obbligo è assistere la parte attaccata con le azioni ritenute necessarie, «ivi compreso l’uso della forza armata», ma senza che questa sia l’unica opzione possibile. Tutte le misure, inoltre, devono essere comunicate al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e cessano quando quest’ultimo intraprende le azioni necessarie a ristabilire la pace.
Secondo Verni, nell’attuale guerra tra Usa-Israele e Iran l’articolo 5 non è stato attivato perché mancano, almeno finora, i presupposti politici e legali per farlo scattare. La prima ragione è il timore di un’escalation. La seconda riguarda la natura stessa del conflitto.
«Lo scopo dell’alleanza è difensivo: l’attuale conflitto, invece, è scaturito da un’offensiva congiunta Usa-Israele che diversi alleati considerano come un’iniziativa bilaterale esterna all’Alleanza», osserva. Una valutazione che, nella lettura dell’esperto, pesa molto anche perché l’azione di partenza viene vista da parte di alcuni alleati come basata su presupposti discutibili.
La Turchia è uno dei pochi Paesi per cui il trattato Nato richiama espressamente il territorio nazionale come possibile ambito di applicazione della difesa collettiva. Ma anche qui non basta che vi siano stati lanci o intercettazioni diretti verso l’area.
Verni ricorda che molti attacchi iraniani avvenuti finora contro basi statunitensi in Iraq o Giordania non rilevano ai fini dell’articolo 5, perché verificatisi fuori dall’area geografica definita dal trattato. È un punto decisivo: la collocazione dell’attacco conta quanto la sua gravità.
Il caso di Cipro è ancora più complesso. L’isola non fa parte della Nato, ma è territorio dell’Unione europea. Su quel territorio insistono però basi militari britanniche, e proprio una di queste, quella di Akrotiri, sarebbe stata l’obiettivo dell’attacco con droni condotto dall’Iran lo scorso 2 marzo.
Secondo Verni, «un ricorso all’articolo 5 del Trattato Nato non sarebbe totalmente da escludere», perché il Regno Unito è membro fondatore della Nato e Cipro si trova nel Mediterraneo. Ma subito aggiunge che le questioni di opportunità politica, compresi i rapporti con la Turchia, e la stessa prassi dell’Alleanza sembrano escludere, almeno per ora, una soluzione di questo tipo.
Più plausibile, almeno sul piano giuridico, potrebbe essere il ricorso alla clausola di assistenza reciproca prevista dall’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Unione europea. Questa norma stabilisce che, se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri devono prestargli «aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso».
Anche qui, però, l’attivazione non è automatica. «Dovrebbe essere la stessa Cipro a richiederne l’attivazione ma, al momento, ciò non è accaduto», osserva Verni, spiegando che probabilmente anche in questo caso prevale la volontà di evitare una nuova escalation e altre criticità politiche. Inoltre, il testo richiama la specificità delle politiche di difesa di Stati come Austria, Irlanda, Malta e della stessa Cipro, che hanno statuti di neutralità.
Sul piano politico, la guerra resta comunque sempre più vicina all’Europa. Lo conferma anche l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, che ha parlato di scenari di sicurezza «molto interconnessi» tra Ucraina e Medio Oriente.
Rispondendo a una domanda sulle minacce di Donald Trump, secondo cui la Nato avrebbe un «futuro molto brutto» se gli alleati non contribuiranno alla riapertura dello Stretto di Hormuz, Kallas ha riconosciuto che mantenere aperto quel passaggio marittimo è un interesse diretto dell’Europa. «È nel nostro interesse mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, ed è per questo che stiamo anche discutendo cosa possiamo fare a questo riguardo dal lato europeo», ha detto.
Kallas ha aggiunto che ci sono stati contatti con i colleghi statunitensi a diversi livelli, ma che la situazione resta «molto volatile». Una formula che conferma la prudenza europea e insieme la consapevolezza che la guerra potrebbe avere effetti diretti anche sulla sicurezza e sull’economia del continente.