Medio Oriente
LEON PANETTA EX CAPO DELLA CIA
L’interrogativo che torna, dietro le dichiarazioni e i proclami, è sempre lo stesso: qual è l’obiettivo finale. A metterlo nero su bianco è Leon Panetta, ex direttore della Cia ed ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti, che in un’intervista al Corriere della Sera prende le distanze dall’idea di “aprire” la strada a un cambio di regime a colpi di raid.
Panetta riporta il ragionamento che attribuisce al presidente americano: «Il presidente Trump ha detto: ci aspettiamo quattro o cinque settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambierà il regime e il popolo dell’Iran sarà in grado di sollevarsi e di sviluppare un governo migliore in futuro. Questa è la speranza». Ma subito dopo mette il dito nella ferita: i precedenti storici e il rischio di ripetere errori già visti.
Il punto, per Panetta, è che il “nation building” e i cambi di regime non hanno esattamente un curriculum rassicurante. «Il problema è che non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. E abbiamo imparato che non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe», dice. E richiama esempi concreti: «Ci abbiamo provato in Yemen e non ci siamo riusciti, ci abbiamo provato nel Nord del Vietnam».
Da qui la domanda che considera decisiva: «Perciò quello che mi preoccupa è: qual è l’obiettivo? E abbiamo una strategia per raggiungerlo e chiudere la partita?». E aggiunge un passaggio dal peso politico e istituzionale: «Quando schieri i tuoi uomini e donne in uniforme sulla linea del pericolo, devi loro una spiegazione chiara. Ma non sono sicuro che l’amministrazione abbia piani chiari su questa guerra».
Panetta lega la durata dell’operazione alla possibilità di ottenere un risultato politico. «Spero che che non duri più di 4-5 settimane perchè penso che se il regime resta al potere con una nuova leadership sarà molto difficile produrre il tipo di cambiamento che vuole il presidente». In quel caso, la “via d’uscita” diventerebbe un’altra: «La speranza a quel punto sarebbe probabilmente che chiunque il regime nomini come nuovi leader siano pronti a impegnarsi in negoziati che possano risolvere la guerra».
Sul fronte più delicato, quello dell’eventuale impiego di truppe, Panetta non esclude colpi di scena: «Non sarei molto sorpreso se decidesse all’improvviso di mandare le truppe sul terreno in una invasione su larga scala dell’Iran». Ma avverte sul prezzo e sull’incognita del risultato: «Non solo per il costo di vite umane, ma perché abbiamo imparato in Iraq che non necessariamente produce i risultati sperati».
E inquadra anche il fattore interno americano, legato al sentimento dell’opinione pubblica: «Questo paese è ancora preoccupato per le guerre eterne in Medio Oriente, gli ultimi sondaggi mostrano che almeno il 70-80% è preoccupato per la direzione di questa guerra, per cui non prevedo truppe sul terreno».
Se l’obiettivo dichiarato è davvero quello di favorire un rovesciamento dall’interno, Panetta sostiene che servirebbe un piano concreto. Parla di «altri tipi di operazioni possibili», ma chiarisce che la strada è scivolosa: «Ma è più facile a dirsi che a farsi». E descrive il contesto: «Hanno paura adesso, ci sono bombardamenti, c’è stato un periodo in cui 30-35mila persone sono state uccise. Scenderanno in strada e cercheranno di rovesciare il regime?».
Da qui l’ultima stoccata, che torna alla questione della strategia: «Deve esserci un piano per cercare di appoggiare il popolo, fornire l’organizzazione e le armi di cui avrebbero bisogno per realizzare quell’obiettivo. Non sono certo che il governo lo abbia fatto».