Giovedì 26 Febbraio 2026

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Hong Kong, Jimmy Lai può respirare: annullata la condanna per frode

Magra vittoria in appello per l'attivista e magnate della stampa pro-democrazia. Che resta in carcere per scontare la condanna a 20 anni di inizio febbraio

26 Febbraio 2026, 17:08

Jimmy Lai

Colpo di scena ad Hong Kong sul caso di Jimmy Lay. Dopo la durissima condanna a vent’anni di inizio febbraio, per l’attivista e magnate della stampa pro-democrazia arriva una vittoria insperata in Corte d’appello.

I giudici, infatti, accogliendo il ricorso di Lai, hanno annullato la condanna per frode e la relativa pena a cinque anni e nove mesi inflitta nel 2022, ritenendo che l’accusa non abbia provato oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità per false dichiarazioni in un caso legato a presunte violazioni contrattuali negli uffici del suo gruppo editoriale.

Il giudice di primo grado aveva ritenuto che Lai, fondatore del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, e il suo coimputato Wong Wai-keung avessero nascosto che la società occupava gli spazi, violando il contratto di locazione e utilizzando l’organizzazione mediatica come scudo protettivo. Il tribunale aveva inoltre multato Lai per 2 milioni di dollari di Hong Kong (216mila euro). Secondo la sentenza d’appello, invece, anche se Apple Daily Printing avesse violato i termini del contratto di locazione consentendo all’azienda di utilizzare parte dello spazio, questa non aveva l’obbligo di rivelare tale violazione. E in ogni caso, aggiungono i giudici, anche anche se la società avesse avuto tale obbligo e lo avesse violato, lo stesso non poteva essere attribuito a Lai e Wong dal punto di vista giuridico: il «ragionamento del giudice di primo grado nel concludere che i ricorrenti fossero responsabili dell’occultamento, come sostenuto dall’accusa, è insostenibile», scrive la Corte.

Ma il governo di Hong Kong fa già sapere che studierà attentamente la sentenza per valutare il ricorso. In carcere dal 2020, Lai resta comunque in cella per scontare la condanna a 20 anni emessa in base alla legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina nel 2020. Una pena durissima, la più pesante mai inflitta ai sensi della draconiana norma adottata dopo le grandi proteste pro-democratiche del 2019, sebbene l’imputato rischiasse formalmente l’ergastolo.

Tre i capi d’accusa a suo carico: due per cospirazione per collusione con forze straniere e uno per pubblicazione di materiale sedizioso. In una vicenda che continua a suscitare critiche internazionali e preoccupazioni per la libertà di stampa nell’ex colonia britannica, con la condanna delle organizzazioni per i diritti umani e la pressione di Regno Unito e Stati Uniti.