Lunedì 09 Febbraio 2026

×

Jimmy Lai sepolto in cella dal regime di Hong Kong

L'attivista e magnate della stampa pro-democrazia è stato condannato a vent’anni di carcere per collusione con potenze straniere e pubblicazione sediziosa

09 Febbraio 2026, 18:11

Jimmy Lai

Le pressioni del Regno Unito, degli Stati Uniti e delle organizzazioni per i diritti umani non sono servite a nulla. Jimmy Lai, attivista e magnate della stampa pro-democrazia è stato condannato da un tribunale di Hong Kong a vent’anni di carcere per collusione con potenze straniere e pubblicazione sediziosa. Una pena durissima, la più pesante mai inflitta ai sensi della draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020, sebbene l’imputato rischiasse formalmente l’ergastolo.

«Dopo aver esaminato la gravità della condotta criminale», hanno scritto i giudici in un documento riassuntivo letto nel corso di un’udienza durata pochi minuti, «il tribunale ha ritenuto che la pena complessiva dovesse essere di vent’anni di reclusione». Jimmy Lai, 78 anni, è rimasto impassibile nel banco degli imputati. Mentre veniva condotto fuori dall’aula, ha salutato con un gesto della mano il pubblico, tra cui la moglie Teresa e alcuni ex giornalisti dell’Apple Daily, il quotidiano pro-democratico da lui fondato e oggi chiuso dalle autorità filo-cinesi.

Nato in Cina continentale e arrivato a Hong Kong da adolescente come migrante irregolare, Lai aveva costruito la propria fortuna dal nulla nell’industria tessile prima di affermarsi come editore e figura centrale del fronte liberale dell’ex colonia britannica. Convertitosi al cattolicesimo e apertamente critico nei confronti di Pechino, negli anni era diventato uno dei simboli più visibili dell’opposizione democratica, sostenendo le proteste dei giovani universitari contro la longa manus cinese si Hong Kong e dando spazio, attraverso i suoi media, a voci bandite dal discorso ufficiale. Con Apple Daily aveva infatti imposto uno stile editoriale apertamente militante, popolare e provocatorio, facendo del giornale non solo un mezzo d’informazione ma un attore politico centrale e identitario della contestazione a Pechino.

La sentenza che di fatto seppellisce Lai in una cella si aggiunge a una precedente condanna per frode, il che significa che Lai dovrà scontare diciotto anni aggiuntivi. È detenuto dal 2020, in isolamento – «su sua richiesta», sostengono le autorità – ma la famiglia denuncia da tempo il peggioramento delle sue condizioni di salute. Jimmy Lai era stato riconosciuto colpevole il 15 dicembre scorso al termine di un processo che, secondo i difensori dei diritti umani, ha segnato simbolicamente la fine della libertà di stampa di cui Hong Kong si era a lungo fregiata dopo la restituzione alla Cina nel 1997.

Le accuse si fondano su violazione della legge sulla sicurezza nazionale, un dispositivo liberticida adottato dopo le grandi proteste pro-democratiche del 2019. I capi d’imputazione per collusione con l’estero erano passibili dell’ergastolo, quelli per sedizione fino a due anni. Nelle 856 pagine della motivazione, i giudici hanno descritto Lai come un uomo che avrebbe «nutrito rancore e odio verso la Cina per gran parte della sua vita adulta», arrivando a tentare di «rovesciare il Partito comunista cinese». L’accusa lo ha dipinto come il regista di fantomatici complotti miranti a provocare azioni ostili da parte di Paesi stranieri, comprese sanzioni e un possibile blocco contro Hong Kong o Pechino. Jimmy Lai ha sempre respinto tutte le accuse.

La condanna ha suscitato un’ondata di reazioni internazionali, a partire dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, che chiede la «liberazione immediata» di Lai per ragioni umanitarie, citando l’età, lo stato di salute e i più di quattro anni già trascorsi dietro le sbarre. Amnesty International denuncia «un attacco a sangue freddo contro la libertà di espressione», mentre Human Rights Watch ha definito la pena «una condanna a morte di fatto». Amara e durissima la reazione della famiglia di Lai: «Condannare mio padre a una pena così severa e ingiusta mette in pericolo la sua vita, il sistema giudiziario di Hong Kong è stato fatto a pezzi», tuona il figlio Sebastien, parlando di «distruzione totale del sistema giudiziario di Hong Kong».