Il commento
Scarpinato e de Raho
Il MoVimento 5 Stelle ormai di Giuseppe Conte, non più del Beppe Grillo fondatore, garante e consulente a contratto, ha superato il ricordo del Pci e partiti che gli sono subentrati con nomi e simboli diversi nei rapporti empatici, a dir poco, con la magistratura. Nelle ultime elezioni politiche, quelle del 2022 vinte dal centrodestra con un risultato per niente sorprendente, direi anzi scontato, l’ex premier Conte corteggiò e sedusse -politicamente, s’intende- due pezzi da Novanta della magistratura pur ormai in quiescienza come Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato, in ordine rigorosamente alfabetico, già procuratore nazionale antimafia, rispettivamente, e procuratore generale a Palermo.
Portandoli in Parlamento, compensando -si disse- con la qualità la minore consistenza dei gruppi pentastellati, Conte si adoperò giustamente dietro le quinte nel suo ufficio a pochi passi dalla Camera, per la migliore destinazione dei due neo-eletti. Il primo, deputato, fu destinato alla vice presidenza della Commissione bicamerale antimafia - e dove sennò? - visto che la presidenza era destinata alla meloniana Chiara Colosimo, pur fra qualche polemica- e l’altro, Scarpinato, eletto senatore con una barba degna delle tradizioni del secondo ramo del Parlamento, a esponente senza gradi della stessa Commissione. Senza gradi, ma non senza o minore combattività.
L’esperienza dei due eletti eccellenti nelle liste delle 5 Stelle si è rivelata forse più pesante e sofferta del previsto, a dir poco. L’uno, il vice presidente della Commissione antimafia, rimasto al suo posto saldamente quanto più gli avversari ne reclamavano la decadenza, o qualcosa di simile, per cosiddetto conflitto d’interessi, è finito in una relazione della stessa Commissione per mancanza di vigilanza, quanto meno, alla Procura nazionale antimafia sul cosiddetto dossieraggio di politici e altri cominciato già ai suoi tempi, anche se sviluppatosi di più successivamente.
L’altro, Scarpinato, impegnatosi nella difesa del suo doppio, anzi triplo collega di toga, di Parlamento e di Commissione, anche a costo di essere insultato come complice, ha affidato al Corriere della Sera un suo sfogo per le delusioni procurategli in così poco tempo dalla politica alla quale si era lasciato convincere da Conte.
«Guardi, finita la carriera da magistrato- ha testualmente raccontato a Cesare Zapperi - a tutto avrei pensato tranne che a fare politica. Poi Giuseppe Conte mi ha convinto. Ma non era nei miei orizzonti. Volevo godermi la vita, visto che dal 1990 sono sotto scorta». Le tocca fare i conti con la politica, lo ha interrotto l’intervistatore come per incoraggiarlo, giustamente, a dire di più. E lui, senza risparmio di autostima: «Io mi considero un uomo di Stato, non un politico. Nei processi c’era una dialettica accesa, ma rispetto tra le parti. Questa politica è una lotta nel fango. Ci vogliono far bere l’olio di ricino». Non ha spiegato se a bicchieri o a lattine. La delusione di Scarpinato, e forse anche di de Raho, certamente c’è. Il pentimento è deducibile. Non so se anche di Conte - la cui esperienza forense è di natura più civile che penale - per i problemi che gli hanno creato quelle che considerava solo risorse.