Il commento
Vi è un contrasto tra la magistratura e la politica che si è inasprito da Tangentopoli in poi. Il contrasto c’è sempre stato nella storia dei popoli, ma oggi ci troviamo in una situazione di grande prevalenza del giudiziario e di grande arretramento della politica. Quindi, se il contrasto si è accentuato con le indagini di Tangentopoli, è perché la magistratura ha voluto e vorrebbe con le sue indagine condizionare la storia del nostro paese. Ci troviamo di fronte una narrazione, da Tangentopoli in poi, che ha distrutto i partiti, ma che non corrisponde alla verità, che ha fatto venir fuori il populismo e che ha allontanato definitivamente il cittadino dalle istituzioni. La colpa è soprattutto della magistratura, perché ha assunto un valore etico molto pericoloso, perché ha deciso di dover incidere nelle questioni sociali, non come “terzo”, ma come parte in causa rispetto alle grandi questioni sociali che affliggono il nostro Paese.
La Costituzione fu fatta sulle ceneri del fascismo e il capitolo “magistratura” fu messo da parte, in qualche modo in una “nicchia”, perché l’esperienza fascista precedente faceva temere la perdita della indipendenza dell’organo giudiziario. Non si voleva correre il pericolo che la magistratura influisse e prevalesse, quindi l’”autonomia”, prevista dalla Costituzione, aveva questa finalità. Di conseguenza oggi la magistratura è più “autonoma” che “indipendente”: questo è il grande problema.
L’ “autonomia” è caratteristica dell’”ancien regime”, perché l’evoluzione istituzionale richiede l’indipendenza ma anche la responsabilità e la magistratura non è responsabile istituzionalmente. Il Pubblico Ministero non è responsabile. Il legislatore non lo ha voluto riforme o modifiche in tutti i lunghi anni della Repubblica è anche difficile farle oggi. Il problema da affrontare è dunque quello di far coincidere la responsabilità con la piena indipendenza e superare l’”autonomia” che porta alla separatezza. È vero che la interpretazione è data dalla giurisprudenza che è prevalente, che le leggi che approviamo contengono una “delega” ampia, e oggi, nonostante il contrasto che c’è tra la maggioranza di governo e la magistratura, la delega è ancora più accentuata, per cui il magistrato interviene su tutte le questioni e decide… interpretando.
La conclusione sul piano istituzionale è che la prevalenza della giurisdizione è insopportabile per la democrazia e siccome nel mondo è contestata la democrazia che registra la sua debolezza, la prevalenza del giudiziario ritengo che sia particolarmente pericoloso. E allora, per intenderci, la “divisione delle carriere” è un problema importante non propedeutico alla subordinazione all’esecutivo, come dicono in coro i magistrati, ma funzionale ad un sistema che rompa l’unità della giurisdizione per un approccio costituzionale diverso.
Tanti di noi ci siamo battuti per questo quando nel 1989 approvammo la riforma del Codice della Procedura Penale, e bisognerebbe rileggere le osservazioni del Ministro Giuliano Vassalli in quegli anni, che diceva a gran voce: se modifichiamo il Codice di Procedura Penale, ne viene di conseguenza che bisogna cambiare i ruoli della magistratura, perché la divisione delle carriere, cioè “la divisione dei ruoli”, è una riforma sistematica, di principio e deve essere un caposaldo del processo, nel quale si contrappongono le “parti”.