Mancavano all’appello solo le stragi di mafia, tra i reati che non si potranno più perseguire quando ci sarà la separazione delle carriere. Dopo che sarà ricostruito quel “filo nero” che lega la riforma a Licio Gelli e quindi alle bombe di Bologna del 2 agosto 1980, dopo il collegamento con le violenze dell'Ice a Minneapolis, poteva mancare l’avvertimento sulla mafia? Se ne fa protagonista, su uno dei quotidiani di riferimento, Domani, un magistrato che se ne intende. E che si chiede: potrà mai, con il nuovo assetto previsto dalla riforma, il pubblico ministero “indirizzato verso una cultura diversa rispetto a quella della giurisdizione, sottoposto a nuovi organi chiamati a vigilare sul suo operato, anche sul piano disciplinare, esercitare il proprio controllo di legalità e indagare con la medesima efficacia del passato nei confronti dei garanti del potere mafioso appartenenti al mondo della politica, della finanza e delle istituzioni?”. Potrà mai, uno come lui? Uno come Luca Tescaroli, oggi procuratore capo a Prato, ma in precedenza aggiunto a Firenze e prima ancora giovane sostituto siciliano a Caltanissetta.
Tutta la sua carriera e il suo percorso che lo hanno portato dalla trinacria al nord sempre con lo stesso fascicolo sottobraccio, sono stati caratterizzati da una costante, le indagini su Silvio Berlusconi come mandante delle bombe mafiose. Un’inchiesta fisarmonica aperta e chiusa quattro volte. Fallita nella sua denominazione “Oceano”, andata buca quando si chiamava “Sistemi criminali”, e poi aperta e chiusa e ancora aperta ogni volta che un alito di vento o un gelataio dalla memoria fantasiosa arraffava un po’ di soldi andando a inventare favole in tv. Un sistema corsaro, adottato da pubblici ministeri pervicaci dal punto di vista della ricostruzione storica, tanto quanto audaci nel metodo di indagine, più consono a sistemi che vedono il rappresentante dell’accusa come indomito cowboy, che non a quelli più burocratici dei magistrati italiani. La ricostruzione storica riguarda la nascita di Forza Italia.
Non è casuale che il procuratore Tescaroli abbia scritto il suo articolo proprio il 26 gennaio, nell’anniversario del giorno in cui nel 1994 Silvio Berlusconi si affacciò nei nostri televisori dicendo “L’Italia è il Paese che amo” e annunciando la sua candidatura, poi risultata vincente, nelle elezioni dei successivi 27 e 28 marzo. Quella candidatura e quella vittoria di Forza Italia, hanno sostenuto a lungo i pm fiorentini Luca Tescaroli e Luca Turco (oggi in pensione) sono state volute e preparate dalle bombe di Cosa Nostra. Prove? Nessuna. Indizi nemmeno. Con una sorta di “trucco” sul calendario si prolungano le indagini sulle bombe del 1993 a Milano, Firenze e Roma, che riguardano luoghi d’arte, fino a congiungerle con un episodio del tutto estraneo a quel progetto stragista. Si tratta di un fallito attentato (raccontato da un “pentito”) ai carabinieri addetti all’ordine pubblico di una partita di calcio allo stadio Olimpico di Roma. Rilevante soprattutto per la data, il 27 gennaio del 1994. L’anello di congiunzione con Silvio Berlusconi, il suo discorso, la nascita di Forza Italia, la vittoria successiva, la formazione del nuovo governo. Tutto a suon di bombe. Prove? Zero. Indizi, nessuno.
Del resto, cosa che la pervicacia del dottor Tescaroli insiste a ignorare, la distanza tra l’ex presidente del consiglio e Cosa Nostra, è stata già scritta e riscritta in diverse sentenze di Cassazione. E siamo in attesa che la nuova procuratrice di Firenze, Rosa Volpe, risponda alla garbata richiesta della nostra Mafalda sulle sue intenzioni riguardo al quinto fascicolo, dopo quattro fallimenti. Intanto, tutto fa brodo, nella campagna contro la riforma e il “SI” al referendum.