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L'intervento

Dal Pci al riformismo: quel garantismo storico della sinistra che ci porta a votare Sì

Partecipazione oltre le attese all’iniziativa di Libertà Uguale: garantismo, Stato di diritto e riforme al centro

16 Gennaio 2026, 09:16

Dal Pci al riformismo: quel garantismo storico della sinistra che ci porta a votare Sì

Mario Oliverio

In tanti hanno risposto all'invito di “Libertà Uguale” e si sono ritrovati a Firenze alla iniziativa “La Sinistra che vota Si” al referendum sulla separazione delle carriere. È stato un appuntamento partecipato al di là di ogni aspettativa, che ha segnato una significativa presenza della sinistra nella battaglia referendaria, importante per affermare lo Stato di diritto. Si tratta di una battaglia di civiltà che appartiene alla storia della sinistra e delle forze riformiste europee. Una battaglia come lo furono quella sul divorzio e, per altri versi,  sull'aborto. Il referendum non è a favore o contro il governo Meloni, come ha autorevolmente ricordato Augusto Barbera Presidente emerito della Corte Costituzionale e parlamentare del Pci-Pds-Ds. Chi dice questo mente sapendo di mentire. Evidentemente lo fa perché è a corto di argomenti a sostegno delle proprie posizioni.

Il voto per il governo lo esprimeremo alle prossime elezioni politiche e il nostro sarà nettamente un voto per affermare una alternativa di governo alla Meloni e al centro destra. Al contrario, al referendum bisogna esprimere un voto di merito su un tema delicato che riguarda lo Stato di diritto dei cittadini. ​Un tema che appartiene alla storia della sinistra e del riformismo. Sarebbe un errore imperdonabile lasciare alla destra la bandiera del garantismo e dei diritti della persona. Per questo bisogna stare al merito del quesito referendario ed evitare di inseguire posizioni populiste funzionali solo a rendite di posizione e all’affermazione di un conservatorismo giudiziario che ha contribuito non poco alla perdita di fiducia dei cittadini verso la stessa magistratura.

Ma le voci autorevoli che si sono levate ieri a Firenze restituiscono a questa battaglia la sua naturale collocazione riformista. ​Augusto Barbera, con il rigore del costituzionalista, ha ricordato come la separazione delle carriere sia la conseguenza inevitabile del modello accusatorio introdotto dal Codice Vassalli. Non si tratta di una “vendetta” della politica contro le toghe, ma della chiusura di un cerchio aperto nel 1988: se il processo è una sfida tra accusa e difesa, il Giudice deve essere, e anche apparire, ontologicamente distante da entrambe, per affermare la terzietà sancita nell'art. 111 della Costituzione, senza appartenere allo stesso circuito professionale dell’inquirente. ​Stefano Ceccanti ed Enrico Morando hanno brillantemente smontato l'equivoco del posizionamento politico. Votare “Sì” non significa dare una spallata o, al contrario, un sostegno all'esecutivo in carica. Significa, citando le parole di Ceccanti, “completare il disegno costituzionale del giusto processo”. La destra potrà anche aver messo il suo cappello sulla riforma, ma le ragioni che la sostengono sono patrimonio della migliore cultura liberale e della sinistra europea.

​Interessante è stato il richiamo di Cesare Salvi alle posizioni e alla elaborazione del Pci e delle forze riformiste. Significativo a proposito, è stato il richiamo al ruolo del Pci a sostegno del Sì al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, a cui contribui Aldo Tortorella allorché disse con parole semplici: «Il nostro orientamento deve scaturire da cosa è giusto a difesa del cittadino”.

La vera indipendenza della magistratura non si difende chiudendosi a riccio dentro una corporazione unica, ma garantendo ai cittadini che chi giudica sia libero da ogni condizionamento, anche solo psicologico o associativo, con chi accusa. «Essere di sinistra significa lottare contro ogni forma di eccesso di potere». ​Questo principio deve valere anche dentro le aule di giustizia. Un pubblico ministero che condivide lo stesso Csm, la stessa formazione e lo stesso percorso di carriera del giudice rischia di esercitare un'influenza impropria, a discapito della parità delle armi garantita dalla Costituzione. ​Il referendum è un esercizio di democrazia diretta.

Chi oggi a sinistra vota “Sì” lo fa per affermare non solo coerenza storica ma una giustizia al servizio dei cittadini, per spirito garantista e per il desiderio di una giustizia più moderna, equa e libera da condizionamenti. Lo fa per dire che la separazione delle carriere è un atto di civiltà che trascende le appartenenze e le coalizioni, che punta a proteggere il cittadino – soprattutto il più debole – nei confronti della macchina statale. La separazione delle carriere non è un atto contro la magistratura e la sua indipendenza che, al contrario, rimane scolpita e rafforzata nella Costituzione come hanno ricordato Augusto Barbera e i tanti autorevoli interventi. ​

A Firenze ha ripreso spinta una energia positiva: quella di una sinistra che non ha paura delle riforme, che non si rifugia nel conservatorismo giudiziario, che non insegue posizioni populiste, che mette il merito delle questioni davanti ai calcoli elettorali. Per queste ragioni, con convinzione e senza pregiudizi, il nostro sarà un Sì alla separazione delle carriere. Ora bisognerà fare in modo che contenuti e il messaggio di Firenze si diffondano in tutto il Paese, costituendo i Comitati de “La Sinistra che vota Sì” in ogni regione, provincia e possibilmente città e Comune. Si renderà così un servizio al Paese e si eviterà di consegnare alla destra la bandiera del garantismo.