L'intervento
GIULIANO VASSALLI
Sono di grande interesse le interviste che il giornale pubblica di chi è per il sì o per il no al referendum sulla divisione delle carriere (io dico dei ruoli, dei mestieri perché è più comprensibile per l’elettore e più credibile) dei magistrati.
È necessaria una parola chiara sull’argomento ma c’è bisogno ancora di rigore nelle argomentazioni per far capire bene di che si tratta ed evitare argomenti che non hanno a che fare con i quesiti usando frasi o slogan demagogici come quello che la riforma metterebbe in pericolo i giudici come se questi fossero pusillanimi alla mercé dei pubblici ministeri. Incredibile!
Il Dubbio sta dando un contributo importante al dibattito mettendo a fuoco le vere questioni.
Il quesito però non è unico, ma contiene tre domande: alla principale se ne aggiungono altre due egualmente fondamentali: il sorteggio dei magistrati per l’ingresso al Csm e l’Alta Corte di Giustizia per giudicare la correttezza dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. È stato rilevato che le diverse domande rendono incerto il voto dell’elettore che deve scegliere a quale dare più importanza se non è d’accordo con le altre. Dirò di seguito una riflessione personale perché si tratta di una questione importante.
Per prima cosa una domanda ai magistrati che fanno propaganda per il no e che dicono che la riforma è contro la Costituzione.
“L’Unità della giurisdizione” era prevista per un codice procedura penale inquisitorio dove si attribuiva al pm una funzione pubblica di difesa della comunità, ma nel 1989 il legislatore ha approvato un nuovo codice di procedura e, di conseguenza il pm per far funzionare il processo deve essere “parte” contrapposta alla “difesa”, con un giudice terzo e imparziale. Quando votammo questo codice tutti avevamo questa consapevolezza, ma l’onorevole Carlo Casini, ex magistrato, votò contro perché era nettamente contrario al pm diviso dal giudice che inevitabilmente sarebbe stato istituito come “logica conseguenza”.
I magistrati questo lo sanno ma non discutono di questo. Come mai? È l’argomento unico e principale per cui è inutile dire che la riforma non incide sui problemi della giustizia, e non porta vantaggi ai cittadini. È un argomento demagogico e populista, fuori tema, come tanti altri, che sarebbe lungo elencare; e la difficoltà attuale di passare dalle funzioni del pm a quelle del giudice è un argomento solo polemico.
Non si tratta di trovare rimedio a una contingenza o a una burocrazia interna, né è argomento valido la contiguità o l’amicizia tra i magistrati, ma si tratta di risolvere un problema strutturale di principio, per un processo credibile appunto sistematico.
Su questo tema Riccardo Piroddi, in un’intervista fa giustizia di argomenti mediocri perché riconduce il problema a un principio filosofico, in particolare di Montesquieu, che riteneva che il potere fosse “diviso e bilanciato con pesi e contrappesi per evitare che l’uomo potesse essere portato a strafare. È stato citato giustamente Emanuel Kant per stabilire che l’imparzialità (del giudice in questo caso) non è un problema personale, non è legata alla “virtù privata” ma alla possibilità di dare regole precise, sistematiche all’individuo che non è un superuomo ma pur sempre il rappresentante del “Legno storto dell’umanità”. Dunque, pm e giudici svolgono mestieri diversi e debbono avere per un processo accusatorio culture diverse, professionalità diverse per essere credibili. In tutti questi anni tutti i magistrati sono stati chiamati e vengono sempre chiamati giudici e se quando il pm accusa è considerato “giudice” anche dalla stampa e viene accreditato nelle sue accuse non ancora verificate dal vaglio del processo, perché l’ha detto già un “giudice”.
Naturalmente da questo ne discende una polemica senza senso che è necessario che i magistrati abbiano la “cultura della giurisdizione” che è un presupposto culturale per tutti gli operatori della giustizia, e forse anche dei non addetti ai lavori!
La verità è che la cultura della giurisdizione nasconde una concezione proprietaria della giustizia, come dice giustamente il mio amico Spigarelli, che rende debole le argomentazioni e forte il contrasto con qualunque riforma proposta dal legislatore dal dopoguerra in poi.
La verità è che bisogna acquisire una nuova e diversa cultura per un processo degno di questo nome e si è andati avanti per oltre trent’anni con un processo non trasparente, come tutti ammettono, che non risponde alle esigenze della giustizia. Carnelutti diceva che una civiltà si misura dal processo penale che uno Stato si dà e il quesito referendario risponde a questa esigenza.
È necessario riconoscere che vi è una prevalenza del giudiziario sul legislativo e sulla politica con una magistratura che vuole mantenere a tutti i costi, non consapevole del danno procurato alla democrazia.
Non c’è dubbio questa prevalenza è nei fatti e non è solo un fenomeno italiano come abbiamo spiegato mille volte. Ne risente l’equilibrio dei poteri stabilito della nostra Costituzione per cui l’“autonomia” della magistratura che doveva tutelare l’indipendenza ha determinato una separatezza fuori dall’armonia istituzionale.
La magistratura ha assunto un ruolo diverso lungo questi anni e non è più “soggetta alla legge” ma ritiene di dirimere le questioni sociali esercitando una funzione etica che fa vincere il bene sul male: ecco l’equivoco.
Sostengo da anni che l’“autonomia” ha avuto la prevalenza sull’”indipendenza”!
Cricenti in una intervista riconosce che la magistratura è intervenuta nell’attività pubblica… e ha “imposto” il diritto quale forma ufficiale dell’etica pubblica”. Frase non proprio trasparente ma che vuol significare che la magistratura vuole avere una funzione etica capace di far vincere il bene sul male.
Come detto all’inizio vi sono due altri quesiti per i quali faccio brevi accenni con riserva di ritornare più diffusamente sull’argomento.
Il secondo quesito che è l’istituzione dell’Alta Corte di Giustizia convince nella sua formulazione… perché la giustizia domestica, finora esercitata dallo stesso Csm, non è più credibile anche nelle altre istituzioni compreso il Parlamento.
C’è poi il terzo quesito che desta tante perplessità che riguarda il “sorteggio” dei magistrati per il Csm.
È stato detto che il sorteggio è “contro la ragione” e in verità è così. Un organo costituzionale che rappresenta i magistrati non può essere sorteggiato perché viene meno il rapporto trasparente; la rappresentanza che certo non è politica sarà di garanzia come dice Barbera, sarà di autogoverno ma non può essere adottato per un organo costituzionale!
È uno sgorbio istituzionale che vede i magistrati contrari io credo e spero non perché temono la fine delle correnti, ma perché temono giustamente che il Csm si snaturi del suo ruolo e del suo significato istituzionale
D’altra parte, pensare che il sorteggio risolva il problema delle correnti è per me un mistero. Le correnti saranno ancora più agguerrite e meno “ideologiche”!!
In un organo collegiale, le soluzioni si trovano con un confronto che porta a una soluzione di compromesso che se di alto livello è ben accetta, se è di basso livello è meschino e pericoloso.
Avendo seguito negli anni i lavori e le decisioni del Csm posso dire che essendo le “correnti” scadute sul piano ideologico, sul piano dei contenuti, le scelte sono state meramente correntizie. O le correnti, che ci saranno sempre, come nei partiti, avranno un livello culturale e quindi le soluzioni saranno di livello, oppure, se le correnti saranno personalistiche, le soluzioni saranno mediocri. Il sorteggio avvilisce la funzione!
Per quanto mi riguarda, su i tre quesiti è necessario una scelta se due quesiti sono positivi il sì ha la prevalenza, ma bisognerà evitare questo equivoco con una modifica della legge!