Carcere duro
Quando un territorio arriva a reggere, da anni, pezzi interi di un sistema nazionale, la domanda smette di essere “quanti” e diventa “fino a dove”. È da qui che parte la posizione della Uil Sardegna, che contesta l’idea di un’ulteriore concentrazione del circuito di alta sicurezza e del 41-bis nell’isola e si prepara alla manifestazione convocata per il 28 febbraio.
La segretaria generale della Uil Sardegna, Fulvia Murru, mette subito il paletto: «La Sardegna non può diventare la risposta automatica alle criticità del sistema penitenziario nazionale». Il sindacato sostiene che l’isola già svolga una funzione nazionale nel sistema carcerario, ma che questo non possa trasformarsi in una “sproporzione” strutturale e permanente.
Secondo i dati richiamati dalla Uil, al 31 dicembre 2025 negli istituti sardi sarebbero presenti circa 2.608 detenuti a fronte di una capienza poco superiore ai 2.500 posti, con un tasso di affollamento oltre il 100%. Le situazioni più delicate, viene riferito, riguarderebbero Uta e Sassari-Bancali.
Sul fronte dell’alta sicurezza, l’isola concentrerebbe oltre 600 detenuti, tra cui numerosi sottoposti al 41-bis. Murru evidenzia che «solo a Bancali» si registrerebbe una delle più alte concentrazioni del Paese in rapporto alla popolazione regionale.
Nel documento si aggiunge un altro elemento: oltre il 50% dei detenuti non sarebbe originario della Sardegna e circa il 30% sarebbe di nazionalità straniera. Per la Uil, è un dato che rafforza l’idea di un carico ormai sbilanciato rispetto alle dimensioni del territorio.
Il sindacato richiama l’impatto sui servizi essenziali, a partire dalla carenza di organico della polizia penitenziaria e dal peso sulla sanità regionale, che deve garantire assistenza, visite specialistiche, ricoveri e trasferimenti protetti. «In un sistema sanitario già sotto pressione, ogni ulteriore concentrazione di alta sicurezza comporta costi e complessità maggiori», sottolinea Murru.
Per la Uil, eventuali scelte di rafforzamento del circuito di massima sicurezza dovrebbero essere accompagnate da investimenti adeguati: incremento straordinario degli organici, risorse dedicate alla sanità penitenziaria, fondi per la sicurezza territoriale e interventi infrastrutturali.
La chiusura rivendica il senso della mobilitazione: «La manifestazione non è contro lo Stato – conclude Murru – ma per chiedere proporzionalità, corresponsabilità e rispetto. Decisioni di questa portata devono nascere da un confronto reale con i territori».