Il caso
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha finalmente rotto il silenzio sul caso di Luca Finocchiaro e sulla polveriera di Rebibbia, un caso reso pubblico per la prima volta grazie alle pagine del “diario di cella” di Gianni Alemanno. Ma lo ha fatto con la freddezza di chi guarda le carte e non le persone. La sua risposta all'interrogazione del deputato di Italia Viva, Roberto Giachetti, è un esercizio di equilibrismo burocratico: da una parte riconosce che il detenuto stava portando avanti un percorso eccezionale, dall'altra giustifica il suo allontanamento forzato come un atto dovuto per la “sicurezza”. In tutto questo lungo elenco di commi e procedure, però, manca il dato più importante: il ministro non dice una parola sul collasso di Regina Coeli che ha trasformato Rebibbia in un imbuto impraticabile.
Il cuore della vicenda ruota attorno al reparto G8 del Nuovo Complesso di Rebibbia, quella zona che per anni è stata considerata il “fiore all'occhiello” del carcere romano, una sorta di “isola felice”. Secondo quanto raccontato da Alemanno nel suo “diario di cella n. 28”, questa oasi di riabilitazione sta scivolando rapidamente verso l'invivibilità. Il motivo è semplice quanto drammatico: il crollo del soffitto della seconda rotonda a Regina Coeli ha costretto l'amministrazione a uno “sfollamento” d'urgenza dei detenuti verso Rebibbia, facendo esplodere il sovrappopolamento. Su questo punto specifico, Nordio preferisce non rispondere nel dettaglio, lasciando nell'ombra la causa principale delle tensioni che poi sfociano in proteste e provvedimenti disciplinari.
La storia di Luca Finocchiaro, per come la mette nero su bianco lo stesso Guardasigilli, sembrava quella di un successo dello Stato. Finocchiaro era arrivato a Rebibbia nel luglio 2024 per un trasferimento provvisorio che poi era diventato definitivo grazie ai suoi meriti. In poco tempo era diventato l'anima del reparto: studiava Scienze dell'Amministrazione e delle Relazioni internazionali a Tor Vergata, partecipava a corsi di teatro, filosofia e giornalismo, e lavorava al call center dell'ospedale Bambino Gesù. Ma il suo vero capolavoro era “Pizza mia”, un'attività imprenditoriale nata insieme a Gennaro Di Somma della Full Service S.r.l. Non era solo una pizzeria: era un progetto che dava lavoro qualificato a cinque detenuti e serviva prodotti alimentari freschi a tutto il carcere, compreso il personale di sorveglianza. Persino Nordio, nella sua risposta, ammette che Finocchiaro si era impegnato con costanza, contribuendo in maniera significativa alla crescita del progetto. Eppure, questo “percorso esemplare” è stato cancellato con un tratto di penna.
Il corto circuito avviene il 19 agosto 2025. Giachetti, nell'interrogazione che riporta la denuncia di Alemanno, racconta che Finocchiaro e altri detenuti avevano protestato perché nel loro reparto stava per essere inserito un uomo con gravi patologie infettive. La protesta era talmente fondata che l'amministrazione, alla fine, ha spostato quel detenuto in una zona protetta, riconoscendo di fatto che i rischi denunciati erano reali.
Il Ministro, però, dà una versione diversa. Per Nordio si è trattato di una “protesta collettiva” per impedire l'ingresso di un detenuto aggressivo che era già sotto sorveglianza a vista. Poco importa se il motivo fosse la tutela della salute della sezione o la sicurezza del personale: per il Dap quella voce alzata è stata un atto di insubordinazione. Il risultato è stato una sanzione di cinque giorni e, soprattutto, il trasferimento punitivo alla Casa circondariale di Velletri, dove Finocchiaro si trova dal 18 ottobre.
Giachetti, nella sua interrogazione, pone una domanda che resta sospesa: ha senso usare un'ammonizione, che è già di per sé una sanzione, come pretesto per sradicare una persona dal suo centro di vita e di riabilitazione? L'articolo 42 dell'ordinamento penitenziario stabilisce chiaramente che i trasferimenti dovrebbero privilegiare gli istituti più vicini alla famiglia, allo studio e al lavoro. Nordio replica che tutto è avvenuto secondo le norme, invocando le “esigenze di ordine e sicurezza” che permettono di derogare a tutto il resto.
La trasparenza sbandierata dal Ministero si scontra con la realtà di un uomo che rischia di interrompere gli studi universitari e di un'attività economica che, senza di lui, trema per il proprio futuro. Per Nordio, il sistema ha funzionato perché ha dato una risposta formale entro i tempi previsti dalla legge. Ma è una trasparenza che sa di beffa: si spiega meticolosamente perché è stato fatto il danno, senza però avere la minima intenzione di ripararlo.
In questa vicenda c'è un grande assente: il sovrappopolamento causato dai lavori e dai crolli nelle altre carceri romane. Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino, commentando con Il Dubbio la risposta del Ministro, solleva un velo di amara ironia. Nordio riconosce che Finocchiaro era un esempio, ma lo punisce proprio quando si espone per denunciare un rischio sanitario per l'intera popolazione carceraria. Viene da chiedersi quale sia la sicurezza che lo Stato vuole davvero tutelare: quella dei detenuti o quella del silenzio a ogni costo?
Il sospetto è che il Ministero preferisca ignorare il caos di Rebibbia, dove lo sfollamento da Regina Coeli ha esasperato gli animi. Bernardini fa notare che, seguendo la logica di certi silenzi istituzionali, il sovraffollamento sembra quasi essere considerato “benefico” dall'amministrazione, quasi come se stipare le persone servisse a un controllo reciproco per evitare i suicidi. È una provocazione amara che mette a nudo l'assenza di una strategia reale per gestire l'emergenza, preferendo invece spostare i singoli “problemi” da un istituto all'altro.
Nella sua lunga risposta, il ministro Nordio elenca tutte le garanzie che il sistema offre: il diritto al reclamo al magistrato di sorveglianza, le visite mediche prima del trasferimento, la gestione corretta dei documenti. Tutto perfetto sulla carta. Peccato che la “territorialità della pena” che il Ministero dice di voler tutelare sia stata la prima vittima di questa decisione.
Spostare Finocchiaro a Velletri non è solo un cambio di cella. Significa spezzare il legame con la pizzeria che serviva 1.500 persone, mettere i bastoni tra le ruote a un percorso universitario a Tor Vergata e allontanarlo dai suoi familiari. Tutto questo per aver protestato contro una situazione che l'amministrazione stessa ha poi corretto spostando il detenuto malato.
La risposta di Nordio si chiude con una nota di autocompiacimento: il caso di Finocchiaro sarebbe l'esempio di un intervento “uniforme e conforme alle norme”. Se la norma è che l'eccellenza e l'impegno non contano nulla davanti a una protesta per la salute, allora il sistema penitenziario ha un problema di identità profondo. Perché se la rieducazione è solo una riga in un curriculum che può essere stracciata al primo intoppo, allora la “sicurezza” diventa solo un sinonimo di immobilismo burocratico.
La risposta all'interrogazione è lunga, dettagliata, piena di riferimenti normativi. Dice tutto quello che il sistema prevede. Ma non risponde alla domanda vera: perché un detenuto che stava costruendo un percorso di reinserimento così solido è stato trasferito dopo aver sollevato un problema che si è rivelato reale? E perché nel parlare di tutto questo si evita accuratamente di nominare l'elefante nella stanza: il sovraffollamento che rende le nostre carceri sempre più simili a polveriere pronte a esplodere?