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Cpr, anatomia di un fallimento irriformabile

Il monitoraggio in dieci centri denuncia violazioni strutturali, salute mentale compromessa e uso massiccio di psicofarmaci

04 Febbraio 2026, 09:05

Cpr, anatomia di un fallimento irriformabile

Cpr

Non è una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni. I Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in Italia sono un’aberrazione strutturale. Lo dice chiaramente il secondo rapporto di monitoraggio presentato dal Tavolo asilo e immigrazione (Tai), una rete della società civile che mette insieme 41 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti. Il documento, ultimato il 21 gennaio 2026, scatta una fotografia impietosa di quello che succede dentro le mura di dieci strutture: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio, Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi e Trapani-Milo.

Il viaggio di Marco Cavallo

Il monitoraggio ha un filo rosso che attraversa ogni pagina: la salute fisica e mentale delle persone trattenute. Non è una scelta casuale. Il lavoro del Tai si è intrecciato con il viaggio di Marco Cavallo, il simbolo storico della liberazione dai manicomi, promosso dal Forum per la salute mentale. Mentre le delegazioni entravano nei centri per raccogliere dati, la scultura azzurra di Marco Cavallo sostava davanti ai cancelli, accompagnata da cittadini e operatori, per gridare che la detenzione amministrativa riproduce le stesse logiche di segregazione e annientamento dei vecchi manicomi.

I Cpr non sono semplicemente posti dove finiscono persone già fragili, ma sono dei veri e propri “dispositivi patogeni” che il disagio lo creano da zero, in modo sistematico. Lo dicono chiaramente i dati del progetto “Trattenuti”, curato da ActionAid e dall’Università di Bari, che raccontano come dentro queste mura il diritto alla salute venga calpestato ogni giorno. Il quadro che emerge è quello di un'assistenza sanitaria spesso finita in mano ai privati, dove manca un coordinamento reale con il Servizio sanitario nazionale e si creano enormi diseguaglianze a seconda del territorio in cui ci si trova. In questo contesto, i ritardi nel ricevere le cure non sono più un caso isolato ma sono diventati la norma. Il risultato è che la tutela della salute mentale è quasi inesistente, trasformando queste strutture in “istituzioni totali” capaci di fare a pezzi l’equilibrio psichico di chiunque vi resti chiuso dentro.

Le parole di Ousmane Sylla

Il rapporto si apre con il ricordo di Ousmane Sylla, il giovane che si è tolto la vita nel Cpr di Roma il 4 febbraio 2024. Prima di morire, aveva affidato al muro della sua cella un testamento straziante: «Se muoio vorrei che riportassero il mio corpo in Africa, mia madre sarebbe felice». Scriveva anche che i militari italiani non conoscono nulla tranne il denaro e chiedeva pace per la sua anima.

È un orrore che non si può normalizzare. Il Tai denuncia che questi centri sono costosi dispositivi di privazione della libertà che falliscono anche rispetto all'obiettivo dichiarato: i rimpatri. Eppure, le politiche migratorie continuano a investire sulla detenzione amministrativa, arrivando a progettare nuove strutture come quella di Trento o riaprendo centri già devastati da rivolte e incendi, come Torino e Trapani.

Un altro segnale allarmante è l'opacità istituzionale. Il monitoraggio del 2025 è stato segnato da ostacoli gravi: le Prefetture di Macomer e Bari hanno negato l'ingresso agli esperti che accompagnavano i parlamentari, cercando di ridurre le visite a una presenza puramente simbolica. Tutto questo è stato “blindato” da una circolare del ministero dell'Interno del 18 aprile 2025 che ha limitato arbitrariamente la nozione di “accompagnatore”, rendendo più difficile il controllo democratico su questi luoghi invisibili.

Mimmo Lucano a Pian del Lago: «Questi sono lager»

Mentre il rapporto del Tai analizza il sistema a livello nazionale, le testimonianze dirette dai singoli centri confermano un quadro di disumanità istituzionalizzata. Sabato scorso, l'europarlamentare Mimmo Lucano, già sindaco di Riace, ha visitato il centro di Pian del Lago a Caltanissetta. Lo ha definito senza mezzi termini un “lager”.

Accompagnato dall'operatrice legale Jasmine Accardo e dalla mediatrice Fella Boud Amay, Lucano ha descritto una realtà fatta di condizioni di vita intollerabili, dove gli esseri umani vengono ammassati in spazi angusti e ristretti, con servizi igienici precari e l'acqua razionata. Negli ambienti del centro si respira un senso di oscurità dovuto a una cronica mancanza di luce solare, che fatica a entrare e lascia spazio a un buio profondo. In questo contesto, persone che non hanno fatto nulla di male e non sono criminali si ritrovano private della libertà per semplici ritardi burocratici o inadempienze amministrative legate alle procedure d'asilo, venendo trattate alla stregua di chi ha commesso gravi reati.

Lucano ha collegato questa sofferenza a una visione politica più ampia. Ha parlato del disprezzo per la vita che colpisce anche i cittadini siciliani e calabresi abbandonati dopo il ciclone Harry, con risorse ridicole per il Sud mentre il governo spende fondi per il Ponte sullo Stretto, un’opera definita «inutile e forse utile solo alle mafie e alle multinazionali del Nord». Dopo la visita ha scritto che «la dignità non è un premio, la libertà non è un favore». Le sue parole riecheggiano le conclusioni del rapporto Tai: la detenzione amministrativa non è riformabile né migliorabile. L'unica strada possibile, secondo le 41 organizzazioni della società civile, è l'abolizione definitiva di questi luoghi che calpestano lo Stato di diritto.

La salute negata e gli psicofarmaci

Il capitolo del rapporto Tai sulla salute è tra i più drammatici. “Le condizioni di ristrettezza e privazione che caratterizzano la vita all'interno di un Cpr hanno effetti devastanti sulla salute psicologica delle persone trattenute”, scrive il rapporto. La mancanza di libertà, l'isolamento sociale, l'incertezza sul futuro “determinano un quadro di sofferenza che spesso degenera in forme di vera e propria patologia”.

L'uso di psicofarmaci è massiccio. Le percentuali dichiarate sono altissime: 80% a Roma, 50% a Bari e Macomer, 40% a Gradisca d'Isonzo, 35% a Milano, 25% a Brindisi. I farmaci più frequenti sono ansiolitici, antipsicotici, neurolettici, antidepressivi. “Il ricorso alla somministrazione di psicofarmaci nei Cpr non può essere considerato la soluzione per tenere tranquilli i trattenuti. Non si tratta di curare ma di anestetizzare”.

A Torino, molti trattenuti dichiarano che “all'ingresso viene proposto a tutti” l'uso di psicofarmaci, “che la maggior parte ne fa uso, e di essere sedati in particolare con Rivotril”. A Caltanissetta, a fronte di una “presenza massiva di psicofarmaci”, nel centro “non sono presenti psichiatri e gli interventi di specialisti esterni risultano sporadici: tre invii al Csm in due mesi”. Durante i colloqui è stato rilevato “in molti casi uno stato di sedazione anomala, eloquio impastato, andamento barcollante, tendenza al sopore, rallentamento cognitivo”. Molte persone presentavano “segni di autolesionismo”.

Il rapporto allarga poi lo sguardo alle nuove frontiere della detenzione, arrivando fino ai centri di Gjader e Shengjin in Albania, usati come veri e propri laboratori per spostare il problema fuori dai confini europei. Ma il messaggio che arriva forte e chiaro da chi è riuscito a entrare in queste “istituzioni totali” è uno solo: non possiamo più permetterci di essere complici di un sistema che sceglie deliberatamente di discriminare, ignorare e distruggere gli esseri umani.