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il Segretario di Azione Carlo Calenda in occasione della conferenza stampa ‘Iveco, un altro colpo all'industria italiana'. Camera dei Deputati a Roma Martedì 29 Luglio 2025. (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Action Secretary Carlo Calenda at the press conference "Iveco, another blow to Italian industry." Chamber of Deputies in Rome on Tuesday July 29 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)
«Mi taglio le mani piuttosto che consegnare la Campania a Roberto Fico”. È una delle espressioni più eclatanti con cui Carlo Calenda ha scelto di marcare, ancora una volta, una linea di confine netta con il campo largo del centrosinistra, ogni qual volta decida di dare spazio ai Cinque Stelle. Ma la battaglia del leader di Azione, che da tempo si muove come un cavaliere solitario nel panorama politico italiano, sta assumendo sempre più i contorni di una lotta contro i mulini a vento. Mentre affila le armi contro Pd, M5S e persino i suoi acerrimi amici e ex alleati di Italia viva, nei territori il partito sembra non rispondere più agli ordini del centro.
Con la sua ultima intervista al Corriere della Sera, Calenda ha attaccato frontalmente Elly Schlein e quella che definisce la sua “sottomissione” a Giuseppe Conte. Un affondo arrivato a ridosso delle elezioni regionali che ha finito con l’evidenziare una frattura crescente tra la narrativa nazionale di Azione e la sua traduzione nei contesti locali.
Il caso Calabria è emblematico. Mentre Calenda chiarisce via social che il partito non appoggerà «in nessun caso» il «campo larghissimo» che sostiene la candidatura del grillino Pasquale Tridico, i consiglieri regionali uscenti di Azione, Graziano e De Nisi, confermano la loro presenza in una lista unitaria riformista, priva di simboli di partito, assieme a Italia viva e ai Socialisti. E il candidato governatore Tridico, padre del reddito di cittadinanza, con tono ironico, rilancia subito dopo: «I consiglieri di Calenda sono venuti a chiedermi di candidarmi e sono nelle liste». Due piani che non si parlano. De Nisi ha provato a smorzare i toni: «Le dichiarazioni di Calenda riguardavano il quadro nazionale», ma il secco «esatto» del leader su X, in risposta a chi gli chiedeva conferma del no a Tridico, è suonato come una smentita definitiva.
Il cortocircuito è evidente: la base locale disattende la linea nazionale, mentre Calenda insiste nel tracciare un’identità riformista dura e pura. In Campania, l’attacco è stato ancora più diretto. Calenda ha stroncato la possibile candidatura di Roberto Fico, giudicandolo «privo di qualsiasi esperienza amministrativa» e simbolo di un accordo «inaccettabile» con De Luca, che lo sosterrebbe in cambio della segreteria regionale per il figlio. «Una situazione da terzo mondo».
E non appena in Puglia si apre uno spiraglio, con Azione disponibile a sostenere Antonio Decaro, arrivano le stilettate ad altri esponenti della coalizione: Emiliano? «Vuole candidarsi per garantire i suoi. Ma chi è, l’imperatore di Brindisi?».
In Toscana, la frattura è stata altrettanto netta. Il “patto Giani- Taverna”, con l’ingresso dell’ex grillina nell’accordo di governo regionale, viene bollato da Calenda come l’ennesima prova di un Pd «determinato da Conte». Il leader di Azione annuncia: «Parteciperemo alle regionali solo dove ci saranno candidati convincenti e programmi condivisibili. Altrimenti, staremo alimentando un sistema che vogliamo smantellare».
Una posizione intransigente, nata anche in risposta all’apertura di Matteo Renzi ai grillini che ha esacerbato la posizione di Calenda al punto tale da determinarne una reazione scomposta e a rischio isolamento. Una solitudine che il leader avverte e che lo sta portando ad una sovraesposizione mediatica per provare a marcare una posizione.
Sul fronte internazionale, ad esempio, Calenda ha annunciato per settembre un nuovo viaggio a Kiev, invitando Schlein, Renzi e Fratoianni ad accompagnarlo: «In tre anni e mezzo non hanno trovato il tempo di portare solidarietà al popolo ucraino».
Un partito a due volti: una leadership nazionale che rilancia sui princìpi, e una realtà territoriale che fatica, o rifiuta, di seguirne le direttive. Mentre Calenda rifiuta alleanze con chi «parla solo di bonus e sussidi», i suoi uomini in Calabria si candidano proprio con chi quei bonus li ha ideati e difesi. La sua battaglia tra la «sinistra grillizzata» e la «destra sovranista» sembra sempre più quella di un comandante senza truppe. Un uomo solo al comando che avanza controvento, fedele alla sua linea, ma sempre più distante dalla realtà di un partito che, nei territori, fa scelte di sopravvivenza politica.