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Autonomia, i governatori leghisti ci riprovano ma FI continua a frenare

Dopo l’incontro con Calderoli i “nordisti” pronti a chiudere le prime intese. Occhiuto: «Prima i Lep»

06 Novembre 2025, 09:45

15 Dicembre 2025, 02:28

Autonomia, i governatori leghisti ci riprovano ma FI continua a frenare

Luca Zaia è tornato a far sentire la voce del Nord. «L’intesa di fatto c’è», ha detto da Trieste il governatore del Veneto, confermando che la trattativa con il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli è ormai al traguardo. «Spero che si possa chiudere velocemente, perché si tratta di tre o quattro materie importanti che potrebbero già cambiare la vita della nostra regione», ha aggiunto, parlando di un «segnale culturale» oltre che politico. Una frase che basta per riaccendere il dibattito su un dossier che sembrava in letargo: l’autonomia differenziata.

Dopo settimane di silenzio, Calderoli ha convocato martedì scorso i presidenti di Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, le Regioni che avevano già avviato la procedura di pre- intesa. Sul tavolo, la proposta di fissare subito una data per la firma delle intese parziali, quelle sulle materie non soggette ai Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e quindi teoricamente al riparo dai rilievi della Corte costituzionale. Un’operazione che, secondo l’opposizione, avrebbe il sapore di un blitz.

La deputata M5S Carmela Auriemma ha parlato esplicitamente di «accordo blindato» sulle competenze “non Lep”, come sanità, previdenza integrativa, professioni e Protezione civile, accusando la Lega di voler «portare a casa un trofeo da esibire al Nord prima del voto del 23 e 24 novembre». Un sospetto che a Roma serpeggia anche tra gli alleati: per Matteo Salvini l’autonomia è una bandiera identitaria da sventolare a Pontida, un segnale per riaccendere l’orgoglio leghista nel bacino elettorale del Nord.

Non tutti, però, spingono allo stesso ritmo. Lo stesso presidente lombardo Attilio Fontana, raccontano fonti presenti alla riunione, avrebbe frenato sull’idea di un’intesa lampo: «Serve più sostanza nei testi». La partita, insomma, è aperta anche dentro la Lega. E non mancano le perplessità storiche tra gli alleati di governo. Forza Italia, attraverso il governatore calabrese Roberto Occhiuto, ha scelto di richiamare tutti alla prudenza. «La bussola deve essere la sentenza della Corte costituzionale», ha detto il presidente della Calabria. «L’autonomia si può fare solo dopo la definizione dei Lep, che garantiscono i diritti dei cittadini in tutto il Paese». Poi la metafora che fotografa meglio di mille schemi la distanza tra Nord e Sud: «Non può esserci competizione se qualcuno corre in Ferrari e altri solo con una Panda».

Occhiuto, forte della recente rielezione e di un peso politico accresciuto dentro Forza Italia, si ritaglia così il ruolo di garante dell’equilibrio territoriale e, di fatto, di contrappeso meridionale al fronte del Nord.

Sul fronte opposto, il Partito democratico torna all’attacco. «Il governo tenta di aggirare la Consulta – accusa Francesco Boccia – inserendo nella manovra articoli sui Lep che erano stati bocciati dalla Corte». Per il capogruppo dem al Senato si tratta di «una forzatura istituzionale senza precedenti» e di «una scorciatoia pericolosa» che rischia di minare «il principio di eguaglianza sostanziale tra i cittadini».

Il Pd chiede di stralciare gli articoli 124- 128 della legge di bilancio, mentre anche i Cinque Stelle parlano di «trappola per il Mezzogiorno». Il risultato è un nuovo cortocircuito tra le riforme: l’accelerata del governo sul fronte della giustizia ha rimesso in moto anche la macchina dell’autonomia, altro tassello della grande revisione istituzionale che la maggioranza vuole consegnare agli elettori. Ma il rischio è che la spinta identitaria della Lega si trasformi in un boomerang per l’intera coalizione. Perché se il Nord chiede «meno Stato dove serve meno Stato», il Sud, con Occhiuto in testa, risponde che senza risorse e senza garanzie sui diritti non c’è autonomia, ma diseguaglianza.

E in mezzo, ancora una volta, Giorgia Meloni: chiamata a trovare un punto di caduta tra le legittime ma spesso contrastanti esigenze elettorali degli azionisti di maggioranza, anche se in questo caso la missione non sembra impossibile.