Lunedì 16 Marzo 2026

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Professione avvocato

“Le belle leggi” dell’avvocato Nisivoccia

Sette esempi di norme "vive" capaci di guardare oltre la forma per rimettere al centro la persona

16 Marzo 2026, 16:28

L’avvocato Niccolò Nisivoccia è l’autore del libro «Le belle leggi. 7 esempi di buon diritto» (Laterza). Un volume ispirato dal lavoro quotidiano in studio e in Tribunale, oltre che dal confronto con colleghi e clienti. Con un compagno inseparabile, il diritto, che secondo Nisivoccia si presenta con le sue caratteristiche migliori, perché in grado, come nel caso della giustizia riparativa, di avvicinare l’autore del reato alla vittima o di offrire una degna tutela ai più fragili.

Ma quando una legge è bella? «Se dovessi dirlo in due parole – spiega al Dubbio Niccolò Nisivoccia -, in una clausola riassuntiva, direi questo: è bella quando non si esaurisca in sé stessa, quando sappia guardare oltre sé stessa, oltre il proprio dato tecnico, quando aspiri a qualcosa di più che non alla semplice tenuta formale della propria architettura. Non è affatto scontato, considerato che nel senso comune, anche per colpa di noi giuristi, l’idea che si ha del diritto è molto diversa. Se ne ha, di solito, un’immagine a dir poco lugubre: il diritto è inutile, non serve a niente, oppure serve solo a sanzionare e punire, e a punire sempre più severamente. Il mio libro nasce proprio da qui: dall’intenzione di smentire quest’immagine, attraverso sette esempi di leggi di cui appunto si possa dire che sono belle»

Le sette leggi prese in considerazione nel libro hanno tutte lo sguardo lungo. «Il diritto e le leggi – commenta Nisivoccia - sono altro rispetto alla giustizia, sono solo strumenti in vista di un fine. E quando una persona invoca una legge, del resto, quel che le interessa non è mai veramente quella legge, nella sua struttura formale, ma ciò che quella legge rappresenta: uno strumento tramite il quale potrà esserle resa giustizia. Allora, le sette leggi del libro, anche le due sentenze della Corte costituzionale, sono tutte mosse da un’attenzione nei confronti delle realtà umane e sociali del loro tempo, nelle quali si sono immerse e di cui hanno cercato di mettersi in ascolto: ne hanno intercettato delle esigenze, a volte magari perfino inespresse, e sono state capaci di immaginare delle possibili soluzioni. Sono leggi mosse da un sentimento di insoddisfazione nei confronti delle realtà che vedevano e dal desiderio di modificarle: sono leggi provenienti dal basso, e non calate dall’alto, da chissà dove. Sono delle utopie, forse, ma ragionevoli e concrete».

Secondo l’autore, «la più grande colpa di noi giuristi è quella di dimenticarci troppo spesso che i destinatari delle leggi non sono dei soggetti ideali, ma sono le persone in carne e ossa». Ogni legge contiene princìpi astratti e generali, che devono valere nei confronti di tutti, ma poi tali princìpi devono necessariamente essere calati nelle fattispecie concrete. «Ed è per questo – riflette Niccolò Nisivoccia - che possiamo dire che le leggi vivono nella quotidianità più che nell’astrattezza delle regole che le compongono; e che la giustizia si realizza solo quando le norme sappiano calarsi dentro l’unicità di ogni singolo caso. Le sette leggi di cui parlo nel mio libro sono tutte leggi, ripeto, orientate alla giustizia: a una giustizia umana, concreta, viva, vorrei dire palpitante. Sono leggi che si aprono alla vita».

L’avvocato Nisivoccia si sofferma sui temi della inarrestabilità e della inflessibilità della produzione legislativa. «Diciamo innanzitutto – afferma - che sono dati abbastanza oggettivi, a cominciare da quello dell’inarrestabilità della produzione legislativa: negli ultimi anni, in Italia ma non solo, le norme si sono moltiplicate incessantemente, a dismisura, in ogni campo, dal diritto civile al diritto penale; e continuano a moltiplicarsi. Si moltiplicano anche al loro interno, in flussi incontenibili di parole, in un linguaggio ormai sempre più burocratico che giuridico. Inoltre, è altrettanto vero che si tratta di leggi connotate da una grande e sempre maggiore severità. Pensiamo che una legge, per essere efficace, debba essere severa. Lo leggiamo tutti i giorni anche sui giornali, lo sentiamo ripetere dai politici di ogni bandiera. Per non dire del modo in cui le leggi vengono applicate: spesso ancor più severo di quanto non siano severe le leggi in sé stesse. E sembra che a volte sia proprio questo quello che vogliamo».

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