Le disgrazie non vengono mai sole e il proverbio, in questo momento, calza come un guanto alla situazione di Giorgia Meloni. Nel giro di poche settimane è passata dalla felice condizione di chi ha il vento in poppa qualsiasi cosa faccia a quella, infelicissima, di chi deve remare contro una corrente che monta.
Orbàn era il simbolo stesso del sovranismo interno alla Ue ma euroscettico, era il leader al quale la premier si è sempre mostrata vicina, dai banchi dell'opposizione ma anche da quelli del governo. La sua caduta è un tonfo che non riguarda solo l'Ungheria ma tutta l'Europa. Per la leader della destra italiana il capitombolo è particolarmente esiziale perché arriva subito dopo una cocente sconfitta in casa, quella del referendum, dalla quale il balbettante discorso in Parlamento della settimana scorsa prova quanto poco Giorgia si sia ripresa.
La disfatta di Viktor Orbàn, però, è una di quelle disgrazie che la premier avrebbe potuto, se non evitare, almeno attenuare di parecchio. Per come è uscito dalle urne, il nuovo Parlamento ungherese riproduce fedelmente il quadro della destra europea. Il vincitore, Péter Magyar, è un conservatore estremo: il suo partito, Tisza, fa parte dell'ala destra del Ppe, come del resto lo stesso Orbàn sino a non molto tempo, ma potrebbe tranquillamente figurare nell'eurogruppo dei Conservatori. Il premier uscente dopo 16 anni di regno è il leader del gruppo dei Patrioti, che include la Lega di Salvini. Il terzo partito che ha varcato la soglia di sbarramento è Mi Hazank, formazione di estrema destra non troppo dissimile dalla AfD tedesca e da Vannacci in Italia.
Oggi, probabilmente, Giorgia Meloni è più affine a Magyar che non allo spodestato. La scissione nella destra ungherese si articola essenzialmente su due fronti collegati. Il nuovo premier è antirusso e, se non proprio filoucraino, certo molto meno antiucraino del suo ex leader e predecessore. Su quel piano le posizoni della FdI italiane sono esplicitamente più vicine a quelle Magyar che non a quelle di Orbàn. Orbàn era apertamente antieuropeista, Magyar vuole un'Ungheria interna alla Ue a pieno titolo. Partita dalla stessa postazione di Orbàn, Meloni è arrivata nei suoi quasi quattro anni di governo quasi allo stesso approdo dell'ex braccio destro del leader sconfitto di Fidesz.
Dopo anni di abbracci e baci, schierarsi contro il patron del sovranismo sarebbe stato per Meloni impossibile. Poteva però assumere una posizione molto più tiepida, ai confini dell'equidistanza e anche oltre. Poteva cavarsela segnalando la vicinanza della sua linea a quella di entrambi contendenti. Sarebbe stato, oltretutto, uno schieramento, o anzi un non-schieramento, più vicino alla realtà politica di oggi di quanto non fosse il tifo sfegatato per lo sconfitto.
Il video in cui tutti i leader della destra appoggiavano Orbàn, nel quale a lei, in quanto capo di governo, era riservata una postazione eminente, era già di per sé un azzardo, dal momento che quando è stato diffuso i sondaggi già davano per certo il crollo di Fidesz. Ma non correggere la rotta più tardi, nonostante il terremoto globale autorizzasse e anzi imponesse correzioni di rotta, è stato invece un imperdonabile sbaglio che ha moltiplicato l'impatto negativo delle elezioni in Ungheria.
Emerge qui di nuovo il limite di una leader che per altri versi si era dimostrata sin qui molto abile. La premier, in tutta evidenza, non riesce a prendere le distanze da Donald Trump nonostante la vicinanza con il presidente americano, da marcia in più che prometteva di essere, si sia rivelata una vera e propria pietra al collo. Non riesce a farlo, per quanto sempre più clamorose e dannose siano le parole i gesti del presidente, perché ha impostato una strategia politica e si è adoperata per realizzarla, ha scommesso e puntato su quella carta e non dispone della elasticità necessaria per riconvertire una condotta oggi del tutto controproducente.
E' lo stesso limite palesatosi nel discorso al Parlamento della settimana scorsa. La testarda determinazione nel non cambiare niente, nonostante il referendum in casa e la guerra sul piano globale abbiano terremotato il quadro precedente, appare passiva e inerte. Priva dell'agilità politica necessaria per schivare il colpo, la premier italiana finisce così per essere, tra i capi della destra europea, quella che forse ne risente di più.