Giovedì 09 Aprile 2026

×

«Io non scappo». Meloni inaugura la campagna elettorale

Più di un’ora di informativa, tra Camera e Senato, nella quale la premier ha rivendicato la riforma della giustizia e indicato le priorità per l’ultimo anno di legislatura

09 Aprile 2026, 18:44

«Io non scappo». Meloni inaugura la campagna elettorale

Con un intervento di oltre un’ora tra Camera e Senato, Giorgia Meloni non si è limitata a fare il punto sull’azione di governo: ha di fatto aperto la campagna elettorale per le prossime Politiche. A un anno dal voto, l’informativa chiesta dalla stessa presidente del Consiglio dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia si può dunque intendere come uno scatto dell’esecutivo verso l’ultimo tratto della legislatura, destinato a un livello di scontro che crescerà progressivamente.

La premier è partita dal referendum, definito «un’occasione persa», ma ha archiviato rapidamente il capitolo per rilanciare: niente dimissioni, niente rimpasto, «governeremo per cinque anni». E soprattutto nessuna ritirata. «Il governo c’è e non scappa», ha scandito più volte, con una formula che è diventata il filo rosso dell’intervento e insieme la cifra politica di questa fase. Non è solo una risposta alle opposizioni, ma un messaggio diretto all’elettorato: nessun passo indietro dopo la sconfitta, ma anzi una prova di resistenza e continuità.

Il tono è stato quello della sfida aperta. «Vi vedo nervosi», ha detto rivolgendosi ai banchi dell’opposizione, mentre il confronto con Elly Schlein è diventato uno dei passaggi più espliciti e duri del discorso. La segretaria del Pd è stata accusata di dire «menzogne» sulla precarietà: «Se lo fa consapevolmente è grave». Parole che segnano il salto definitivo da un confronto politico ancora istituzionale a uno scontro diretto. La premier, come detto, ha sottolineato di non voler arretrare. Ha dedicato ampio spazio alla crisi internazionale, con un focus sulla situazione in Iran, definita «a un passo dal punto di non ritorno». Qui la linea è duplice: piena adesione al campo occidentale ma rivendicazione di autonomia nelle scelte operative. «Non abbiamo partecipato a operazioni non condivise», sottolinea, richiamando implicitamente il caso Sigonella e marcando una distanza da alcune decisioni degli alleati. E apre anche uno scenario di forte impatto economico: «Se la crisi peggiora, non deve essere un tabù sospendere il Patto di stabilità», evocando una risposta europea simile a quella adottata durante la pandemia.

Sul piano interno, la premier ha difeso con decisione l’azione del governo. Ha rivendicato i risultati economici — conti in ordine, crescita post-Covid, disoccupazione ai minimi, attrattività per gli investimenti esteri — e insistito su una narrazione di stabilità e affidabilità internazionale. Allo stesso tempo, ha indicato le priorità per l’ultimo anno: lavoro, famiglie, riduzione della pressione fiscale, contrasto all’evasione, rafforzamento del Sud e un piano casa da 100mila alloggi in dieci anni.

Non è mancato il capitolo più politico e identitario, quello legato alla sicurezza e all’immigrazione. Meloni ha rivendicato il «cambio di passo», gli accordi internazionali e la riduzione dei flussi irregolari, chiedendo a tutte le istituzioni, magistratura compresa, di garantire l’applicazione delle norme. Ed è tornata a respingere con durezza le accuse di ambiguità sui temi dell’antimafia, parlando di «fango» e arrivando a evocare anche la propria storia personale. Il passaggio più significativo, però, è rimasto quello sulla tenuta dell’esecutivo e sul senso politico di questo ultimo anno. «Non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo», ha insistito, respingendo la logica dei «giochi di palazzo» e rivendicando la volontà di arrivare a fine legislatura senza cambi di rotta. Al Senato lo ha ribadito con una formula maggiormente “sfidante”: «Sarà un tempo di lavoro, di scelte, di risultati». In questo quadro, colpisce anche ciò che manca.

Nessun riferimento alla legge elettorale, pure in discussione in Parlamento. Un’assenza tutt’altro che casuale. Può essere letta come la volontà di non dare l’impressione di voler forzare la mano alle Camere, ma anche come il segnale che, in un clima già pienamente elettorale, non ci siano più le condizioni politiche per affrontare riforme strutturali e divisive. Il precedente del referendum sulla giustizia pesa, e suggerisce prudenza su terreni potenzialmente rischiosi per il consenso. La campagna elettorale, dunque, è già iniziata, anche se manca ancora un anno al voto, e Meloni ha scelto di giocare d’anticipo con una linea destinata probabilmente a diventare lo slogan della fase che si apre: non scappare.