«Rispettare gli accordi non vuol dire essere coinvolti in una guerra. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran. Sappiamo far rispettare i trattati». È il punto politico più netto dell’informativa resa in aula alla Camera dal ministro della Difesa Guido Crosetto, chiamato a riferire sulla vicenda della base di Sigonella, negata ai bombardieri americani qualche giorno fa. E Crosetto si è tenuto strettamente dentro il perimetro della vicenda, rivendicando la continuità istituzionale – «nessun governo ha mai disatteso» gli accordi con Washington – e ha provato a disinnescare la polemica che si è accesa dopo il caso Sigonella.
Non un atto di rottura, ma l’applicazione delle regole. Non una sfida agli Stati Uniti, ma il rispetto della legge. «Non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile», ha chiarito indicando nella Costituzione e nei trattati la bussola dell’azione italiana. Un atteggiamento prudente, che si accompagna a un altro messaggio: non serve “coraggio” per dire no agli Stati Uniti, perché non è una scelta politica discrezionale ma un obbligo giuridico. «Noi non siamo difesi dal coraggio ma dal rispetto delle istituzioni, della legge e della Costituzione», ha rivendicato Crosetto, sottolineando che qualsiasi altro ministro avrebbe fatto lo stesso. Un modo per depoliticizzare la decisione e ricondurla a una cornice tecnica, sottraendola allo scontro ideologico.
Il ministro ha poi allargato lo sguardo al quadro complessivo, ricordando come gli accordi con gli Stati Uniti rappresentino «l’ossatura del nostro sistema di sicurezza» e «l’unico sistema di deterrenza credibile attuale». Un richiamo alla centralità della Nato che serve a sgombrare il campo da equivoci: l’Italia resta saldamente dentro il perimetro occidentale, ma rivendica il diritto – e il dovere – di far rispettare le proprie regole. «Siamo alleati degli Stati Uniti, ma sappiamo far rispettare le nostre leggi», ha sintetizzato. Ma è proprio qui che, a livello dialettico, si è avvertita una certa distanza tra il tono istituzionale dell’Aula e quello molto più allarmato utilizzato poche ore prima nell’intervista resa dal ministro al Corriere della Sera. È lì che Crosetto ha lasciato intravedere la vera preoccupazione del governo, evocando uno scenario che va ben oltre Sigonella.
«Il rischio è la follia», ha detto, parlando di un conflitto in cui a ogni azione corrisponde una reazione di livello superiore. E soprattutto ha messo in fila il timore più radicale: quello di una deriva nucleare. «Nessuno deve usare l’atomica», avverte, ricordando che il mondo sembrava aver archiviato quell’incubo dopo gli accordi tra Stati Uniti e Russia. «Non abbiamo imparato nulla». Parole che non restano isolate, ma che si inseriscono in una diagnosi più ampia: il multilateralismo debole, l’Europa incapace di incidere, una guerra «decisa in due senza confronto e legittimità internazionale».
In questo quadro, la leadership americana appare insieme imprescindibile e problematica. Donald Trump, ha osservato il ministro, «è il leader di una nazione sovrana e nessuno dall’esterno è in grado di influenzarlo», ma avrebbe bisogno di «collaboratori più coraggiosi», perché «uno dei problemi di questa presidenza è che nessuno osa contraddire il Capo». Una critica che resta indiretta, ma che segnala il disagio di Roma di fronte a una escalation gestita in modo solitario.
È su questo scarto che ha tentato di affondare il colpo l’opposizione. Il leader del M5s Giuseppe Conte ha parlato di una situazione «davvero grave» e chiesto all’Europa una «dichiarazione preventiva di ferma condanna» nei confronti di Trump. L’accusa al governo è quella di ambiguità: il non condannare apertamente la linea americana rischia, secondo Conte, di far pagare all’Italia un prezzo politico ed economico altissimo, a partire dal caro energia e dalle ricadute sui cittadini.
Ancora più dura Chiara Braga. In Aula la capogruppo Pd ha incalzato direttamente Crosetto: «C’è un rischio nucleare, ma cosa sa il governo e quali azioni sta portando avanti?». E soprattutto ha attaccato il silenzio – in aula - su Trump: «Nemmeno oggi ha trovato il coraggio di dire che deve essere fermato». Per i dem, il punto non è il rispetto dei trattati – «li conosciamo e li abbiamo sempre rispettati» – ma il contesto completamente cambiato: una guerra fuori controllo che impone una scelta politica, non solo tecnica, e che chiama in causa la credibilità internazionale dell’Italia.
Il ministro, dal canto suo, ha provato a chiudere la partita richiamando alla responsabilità collettiva. «Serve maturità», dice rivolgendosi alle opposizioni, e invita a evitare divisioni in un momento in cui «il mondo sembra aver imboccato una strada di follia». Un appello all’unità che però non basta a spegnere le tensioni. Crosetto, dunque, ha tentato di tenere insieme fedeltà atlantica e autonomia decisionale, rivendicando una linea che non è «subordinazione» ma neppure rottura, sullo sfondo però di un quadro preoccupante e dagli sviluppi ignoti come forse non lo è stato mai.