Scontro politico
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri
Meloni foto Amico diventa il nuovo terreno di scontro tra la presidente del Consiglio e una parte dell’informazione nazionale. Con un lungo post pubblicato su X, Giorgia Meloni ha respinto le accuse seguite alla diffusione di una foto del 2019 che la ritrae accanto a Gioacchino Amico, indicato dagli inquirenti come referente in Lombardia del clan camorristico dei Senese, e ha reagito con parole durissime contro quella che definisce una “redazione unica” composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report.
La premier sostiene che l’immagine venga utilizzata per avvalorare una «bizzarra tesi» sulla sua presunta vicinanza ad ambienti malavitosi e accusa gli autori della ricostruzione di avere costruito un collegamento anche con le vicende di suo padre per suggerire una commistione con la criminalità organizzata. Una lettura che Meloni respinge in blocco, definendola un’operazione politica e non giornalistica.
Nel suo intervento, la presidente del Consiglio contesta l’impianto stesso delle accuse. «Oggi la 'redazione unica', composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata».
La linea difensiva della premier si fonda su due argomenti principali. Il primo riguarda la natura stessa della foto, che secondo Meloni rientrerebbe nella normale dinamica pubblica di chi fa politica e si trova costantemente a contatto con cittadini e simpatizzanti. Il secondo riguarda invece il richiamo alla sua storia familiare, che Meloni giudica del tutto scorretto e strumentale.
È proprio sul terreno personale che la presidente del Consiglio alza maggiormente il tono. «Ma questi imparziali e onesti giornalisti - rimarca la premier - sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni».
Con questa frase Meloni prova a chiudere uno dei fronti evocati nella polemica, contestando il tentativo di far ricadere su di lei responsabilità, suggestioni o collegamenti legati a una figura dalla quale rivendica di essersi separata definitivamente fin dall’infanzia. È un passaggio centrale della sua replica, perché sposta il confronto dal piano dell’immagine pubblica a quello della biografia personale.
La presidente del Consiglio insiste poi sul carattere occasionale della fotografia contestata, inserendola nella pratica ordinaria della vita politica. «Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente».
È una difesa che punta a normalizzare la vicenda, sostenendo che una foto, da sola, non possa essere assunta come prova di una relazione politica, personale o ideologica. Meloni rafforza questo concetto aggiungendo: «E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze».
Il ragionamento della leader di Fratelli d’Italia mira a segnare un confine netto tra esposizione pubblica e responsabilità diretta. La foto, nella sua lettura, non dimostrerebbe alcuna contiguità, ma soltanto una situazione tipica della presenza politica tra la gente.
Nella parte più politica del suo post, Meloni rilancia anche sul terreno dell’azione di governo e della propria identità pubblica. «Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova».
Da qui l’affondo contro gli avversari politici e contro una parte del sistema mediatico. «Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze».
La premier utilizza così la polemica sulla foto per ribaltare il piano del confronto, spostandolo dalla contestazione personale al bilancio complessivo dell’esecutivo sul contrasto alla criminalità organizzata.
L’ultimo tratto della replica è quello più esplicitamente accusatorio verso i media citati. Meloni parla di «professionisti dell’informazione» tra virgolette e sostiene che il loro obiettivo non sia fare giornalismo ma «gettare fango nel ventilatore» e fungere da «grancassa mediatica agli interessi di partito».
La chiusura del messaggio conferma questa impostazione: «Nessun giornalismo, solo politica». E ancora: «Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede».