Il segnale, verosimilmente, è politico prima ancora che economico: mentre in Italia il governo prova a tamponare l’emergenza caro energia, Giorgia Meloni vola nel cuore della crisi anche per uscire dall'angolo delle polemiche che stanno funestando l'esecutivo su più fronti. La premier è atterrata oggi a Gedda, in Arabia Saudita, per una missione a sorpresa che la porterà anche in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. Un blitz di due giorni che la rende il primo leader occidentale a recarsi nell’area dallo scoppio del conflitto e che ha un obiettivo dichiarato e uno non dichiarato: rafforzare la sicurezza energetica nazionale in uno scenario internazionale sempre più instabile, e alleggerire la pressione sul governo.
Perché mentre Meloni prova a consolidare i canali di approvvigionamento, a Roma il governo è costretto a fare i conti con gli effetti immediati della crisi. Nel messaggio diffuso sui social prima del blitz nel Golfo, la presidente del Consiglio ha tentato di tenere insieme rassicurazione e realismo, ma ha finito per certificare la difficoltà del momento: «Sappiamo che il quadro resta complesso», scrive, rivendicando il decreto approvato dal Consiglio dei ministri per prorogare il taglio delle accise e ampliarlo a sostegno di agricoltori e imprese esportatrici. Una misura «necessaria», ha sottolineato la premier, per fronteggiare una fase «particolarmente delicata», segnata da tensioni internazionali che si stanno già scaricando sui costi dell’energia e sull’economia reale.
Ma è proprio qui che l’ottimismo di Palazzo Chigi si incrina. Perché il provvedimento approvato in un Cdm lampo ha un orizzonte temporale limitato e viene definito senza ambiguità dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Tampona la situazione fino al 1° maggio». Poco più di un mese per guadagnare tempo, mentre tutto il resto resta appeso all’evoluzione degli eventi geopolitici. I numeri, del resto, raccontano una pressione crescente e ormai diffusa. Il rincaro dei carburanti, spinto dal conflitto in Medio Oriente, continua a riflettersi sull’inflazione e sui prezzi al consumo, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie. Le imprese iniziano a fare i conti con costi sempre più elevati e con una domanda interna che rallenta. E in questo quadro si inseriscono i dati dell’Istat, che aggiungono un ulteriore elemento di criticità: la pressione fiscale è salita al 51,4% nel quarto trimestre del 2025, il livello più alto degli ultimi undici anni. Un dato che pesa proprio mentre il costo della vita accelera.
Non a caso, il tono del ministro dell’Economia si fa esplicitamente allarmato. Giorgetti non si limita a rivendicare un decreto da 500 milioni, finanziato tra extragettito Iva e risorse Ets, ma guarda già oltre. E lo fa mettendo sul tavolo una questione politica ed europea di prima grandezza: «Se la situazione non cambia, la riflessione sulla deroga al 3% sarà inevitabile». Parole che segnano un cambio di passo, perché evocano apertamente la possibilità di sforare i vincoli del Patto di stabilità per fronteggiare gli effetti della crisi energetica e geopolitica. Il riferimento non è solo tecnico, ma profondamente politico. Significa ammettere che gli strumenti ordinari potrebbero non bastare e che l’Italia potrebbe essere costretta a chiedere margini straordinari di flessibilità. Un passaggio che riapre il dossier dei rapporti con Bruxelles proprio mentre il governo è impegnato nella definizione del Documento di finanza pubblica, atteso nei prossimi giorni e destinato a fotografare una congiuntura sempre più incerta.
L’opposizione, ovviamente, tenta di affondare il colpo.
Dal Partito democratico Stefano Graziano parla di «fallimento su tutta la linea», evocando scenari di recessione e stagflazione e liquidando il decreto come un «pannicello caldo». Italia Viva, con Davide Faraone, accusa l’esecutivo di «prendere tempo in attesa di un improbabile miracolo», denunciando l’assenza di una strategia sul caro energia e arrivando a evocare il rischio di una benzina a tre euro al litro. Ancora più duro il Movimento 5 Stelle, che definisce il provvedimento «un inutile palliativo» e parla di governo «ai titoli di coda».
Di segno opposto le reazioni della maggioranza, con Forza Italia che rivendica la «tempestività» dell’intervento e invita l’Europa a non considerare i parametri di bilancio come «dogmi immutabili» in una fase segnata da inflazione e tensioni internazionali. Una linea che punta a costruire un argine politico alla crisi, ma che al tempo stesso conferma quanto il margine di manovra resti stretto. In questo quadro, già appesantito dal fronte economico, si inserisce anche un tassello politico: la sostituzione al ministero del Turismo dopo le dimissioni di Daniela Santanchè. Al suo posto arriva Gianmarco Mazzi, finora sottosegretario alla Cultura, che giurerà nelle prossime ore al Quirinale. Un avvicendamento che chiude formalmente una delle partite aperte nelle ultime settimane, alle quali si è aggiunto anche l’affaire Piantedosi.