Caso Santanché, post referendum, primarie. Ne parliamo con la vicepresidente M5S del Senato, Mariolina Castellone.
Vicepresidente Castellone, dopo Bartolozzi e Delmastro si è dimessa anche la ministra Santanchè. Schlein non chiede le dimissioni di Meloni perché, dice, «la batteremo nelle urne»: per il M5S è necessario un passo indietro dell’intero governo?
Chiamiamo le cose con il loro nome: questa non è una scossa, è un crollo sistemico. Siamo passati da un Governo che voleva “liberarsi” dei magistrati a cittadini che si stanno liberando di questo Governo, un pezzo alla volta. Non sono casi isolati, ma il sintomo di una crisi politica e morale. La presidente del Consiglio deve smetterla di nascondersi dietro video di trenta secondi: 14 milioni e mezzo di cittadini hanno appena bocciato il suo modello di Paese. Non bastano i capri espiatori o i sacrifici rituali di qualche fedelissimo. Serve una svolta netta perché l’arroganza, l’assenza di ascolto e la martellante campagna mediatica di bugie propagandistiche hanno fallito. Il vento è cambiato e sta trascinando via tutto: Meloni ne prenda atto.
Crede anche lei, come emerge dai primi commenti tra politici e magistrati, che dopo la stagione referendaria ci si debba comunque sedere a un tavolo per modificare ciò che non va nel sistema giustizia?
Parlare di dialogo oggi, dopo mesi passati ad avvelenare i pozzi e ad evocare “plotoni di esecuzione” contro le toghe, è pura ipocrisia. Piero Calamandrei insegnava che quando si discute di Costituzione i banchi del Governo dovrebbero restare vuoti per rispetto della centralità legislativa; la destra ha cercato di abbattere l’equilibrio tra poteri con riforme fatte con prepotenza, tentando di aggirare il Parlamento. La giustizia non si riforma con lo spirito della vendetta, ma con quello del servizio ai cittadini. Noi siamo i primi a dire che il sistema giustizia va reso più efficiente, con meno burocrazia e meno lungaggini, con più organico e quindi più risorse. Tutte cose che la riforma della destra non affrontava minimamente.
Il referendum ha cambiato le carte in tavola:in che modo cercherete di non disperdere i voti del No da qui alle Politiche?
Questo risultato non cade dal cielo, ma è il frutto di un lavoro capillare sui territori. Il M5S non ha mai smesso di investire sulla partecipazione reale, portando in piazza migliaia di persone per il lavoro dignitoso, la sanità pubblica e la pace. Penso al nostro Network Giovani: mentre altri parlano “dei” giovani, noi diamo spazio “ai” giovani, trasformando la loro indignazione in energia politica.
Dunque i giovani come punto d’incontro?
Il punto ora è la sintesi: non dobbiamo solo sommare voti, dobbiamo costruire un progetto alternativo. Il nostro dna è coinvolgere i cittadini nella scrittura del programma, renderli protagonisti e non semplici spettatori. Questa è la strada per trasformare l’onda referendaria in una proposta di governo solida e vincente.
Eppure a scrutinio ancora in corso si parlava già di primarie: sarà questo lo strumento per scegliere il leader della coalizione?
Ovvio che penso che Conte sia il miglior rappresentante del campo progressista ma mi faccia evidenziare che, in questa fase, i nomi vengono dopo il progetto. Prima dobbiamo definire un programma credibile per un Paese che, dopo quattro anni di gestione Meloni, è fermo al palo: produzione industriale in calo da tre anni, salari reali polverizzati, record della pressione fiscale, crescita azzerata e una sanità pubblica ridotta al lumicino. I dati Istat di marzo 2026 sono spaventosi: il clima di fiducia dei consumatori è in caduta libera, gli italiani hanno paura del futuro. In questo scenario, le dimissioni a catena nell’Esecutivo mostrano una maggioranza “allo sbando”. Una volta stabiliti il programma di alternativa e la visione per il Paese, sceglieremo chi deve interpretarla con massima trasparenza. Ma sia chiaro: non ci servono nomi per occupare poltrone, ci servono interpreti per cambiare rotta.
Tra i metodi di cui si parla c’è anche quello del voto online, a voi caro, piuttosto che i soliti gazebo: conferma che proporrete anche questo sistema come possibile modalità di voto?
Le modalità si decideranno insieme. Ma di sicuro non dobbiamo avere paura della modernità. Se vogliamo intercettare questa mobilitazione straordinaria dei giovani che abbiamo visto al referendum, dobbiamo parlare la loro lingua e usare i loro strumenti. I giovani, troppo spesso liquidati come “divanisti” o apatici, sono stati il valore aggiunto della vittoria dei No. Più partecipazione c'è, più la coalizione è forte. Chi teme il voto online spesso teme solo di non poter controllare l’esito del dibattito.
Tra i tanti temi che vi uniscono (salario minimo, sanità, welfare) ce ne sono altri che dividono, in primis la politica estera. Patuanelli ha detto che con voi al governo finiranno gli aiuti militari all’Ucraina ma il Pd non è d’accordo: come farete a trovare la quadra su un tema così dirimente?
Dal salario minimo alla lotta sull’autonomia differenziata, siamo stati il motore del cambiamento. Così sulla politica estera serve coraggio a partire da un nuovo ruolo diplomatico dell’Italia e dell’Europa. Abbiamo destinato 12 miliardi in più alla difesa in un solo anno arrivando a circa 45 miliardi nel 2025. È un’accelerazione folle. Con quegli stessi soldi avremmo potuto rifinanziare Transizione 4.0 per le nostre imprese, raddoppiare l’Assegno Unico per le famiglie o tagliare strutturalmente le bollette. Il Governo ha fatto una scelta di campo: meno welfare, più proiettili. Noi diciamo basta all’economia di guerra: la vera sicurezza si costruisce con lo sviluppo e il benessere sociale, non trasformando i risparmi degli italiani in armi. Sono ottimista che troveremo la sintesi con altre forze progressiste.