Giovedì 26 Marzo 2026

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Resa dei conti nel centrodestra: via anche Gasparri

Il dopo-referendum continua a mietere vittime in maggioranza, rischia anche Tajani. Al posto di Bartolozzi, a via Arenula, l’ex pg di Roma Antonio Mura

26 Marzo 2026, 19:00

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Resa dei conti nel centrodestra: via anche Gasparri

Le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo di Forza Italia al Senato segnano molto più di un semplice avvicendamento interno: certificano l’inizio di una fase nuova, inedita per il centrodestra. Una fase in cui, dopo la sonora bocciatura referendaria, la linea non è più quella della difesa a oltranza ma della selezione, anche brutale, della classe dirigente. In altre parole: far cadere teste.

Gasparri rivendica una scelta «autonoma», parla di «coerenza» e di «futuro». Ma la sostanza politica è un’altra: il capogruppo è stato sfiduciato dai suoi. Una lettera sottoscritta da quattordici senatori su venti, quindi ben oltre la maggioranza, ha imposto nei fatti il cambio. Non un incidente, ma un’operazione chirurgica. E, soprattutto, un segnale. Perché se a essere colpito è uno dei volti più longevi e riconoscibili di Forza Italia, il messaggio arriva dritto al vertice del partito e oltre: significa mettere in discussione equilibri consolidati, e quindi anche la leadership politica incarnata da Antonio Tajani.

Non a caso, nella partita si intravede chiaramente la regia di Arcore. Dopo la sconfitta sul referendum, la famiglia Berlusconi ha ritenuto chiuso il tempo delle analisi e aperto quello delle decisioni. Il risultato è sotto gli occhi: il primo a saltare è il capogruppo al Senato. Dentro Forza Italia il clima è quello di una resa dei conti. La richiesta di «rinnovamento e facce nuove», evocata pubblicamente, è il riflesso di una tensione che covava da tempo e che il voto ha fatto esplodere.

Il tentativo di Tajani di accelerare sui congressi territoriali, per blindare la sua posizione, si è scontrato con una base parlamentare inquieta, pronta a mettere in discussione tempi e leadership. E così la riunione convocata per organizzare il futuro del partito si è trasformata in uno sfogatoio. Non è un caso che il nome scelto per la successione – Stefania Craxi – sia sicuramente più vicino alla famiglia di Arcore rispetto a Gasparri. Ma il punto politico resta: il cambiamento non è più una suggestione, è diventato una pratica. Ed è qui che la vicenda Gasparri si intreccia con quanto accaduto nelle ultime ore dentro il governo.

Le dimissioni, in sequenza, di Delmastro, Bartolozzi, rimpiazzata a via Arenula dall’ex-procuratore generale di Roma Antonio Mura, e Santanchè hanno inaugurato una linea che fino a poche settimane fa sarebbe stata impensabile. Per tutta la legislatura, il centrodestra aveva scelto di fare quadrato, respingendo attacchi politici e mediatici anche quando costringevano a passaggi parlamentari delicati, come le mozioni di sfiducia. La parola d’ordine era resistere.

Oggi non più. Oggi la priorità dichiarata è «ripartire» senza «distrazioni», come spiegano da Fratelli d’Italia. Le dimissioni non sono più un tabù ma uno strumento. Servono ad abbassare la pressione, a liberare il campo, a concentrare l’azione dell’esecutivo su un ultimo anno di legislatura che si annuncia complicato. Non è un caso che, nel giro di poche ore, più voci della maggioranza abbiano rivendicato la scelta come segnale di responsabilità.

Il punto è che questa nuova linea ha finito per contagiare anche Forza Italia, che sul terreno della giustizia aveva investito gran parte del proprio capitale politico. La sconfitta referendaria ha aperto una crepa che non poteva essere ignorata. E così, mentre la Lega sceglie il basso profilo e parla di un «momento interessante» senza entrare nel merito, gli azzurri decidono di intervenire direttamente sui propri assetti interni. Il risultato è un cambio di paradigma: dalla difesa dell’esistente alla ricerca di discontinuità. Con un rischio evidente. Perché se è vero che il centrodestra prova a mostrarsi reattivo, è altrettanto vero che questa stagione di intransigenza espone tutte le fragilità di una coalizione che, fino a ieri, aveva fatto della compattezza il suo principale punto di forza.

E allora la domanda è inevitabile: quella di Gasparri è solo la prima testa caduta o l’inizio di una catena destinata ad allungarsi? Ufficialmente, si prova a rassicurare. Ma il precedente ormai è aperto. E quando un sistema politico smette di proteggere i suoi e comincia a sostituirli, difficilmente si ferma al primo giro.